Passeggiando nelle campagne trevigiane è facile imbattersi in qualche vecchio esemplare di morer, il gelso. Isolati o allineati in sparuti filari, i tronchi contorti sormontati da una chioma verde scuro, i gelsi sono testimoni silenziosi di un’economia oramai scomparsa: la bachisericoltura, ossia l’allevamento dei bachi per ricavarne filo di seta.
Al cavalier, termine veneto che indica la larva del bombice del gelso, al lavoro nelle filande e alle conquiste degli istituti di sperimentazione è dedicato il Museo del Baco da Seta di Vittorio Veneto, un luogo ove scoprire attraverso oggetti, immagini e toccanti testimonianze l’affascinante percorso che dai bozzoli, le gaéte, culminava con la produzione del prezioso filato.
Un’attività gravosa dalla quale, nella Marca degli anni Trenta, traevano sostentamento oltre quarantamila famiglie coloniche. Una storia di fatica e di sacrificio spesso declinati al femminile, scritta da generazioni di protagonisti fra cui spiccano scoatíne e ingropíne, le operaie delle filande.
Le foglie del gelso, spesso raccolte dai bambini, erano il cibo dei cavalieri. Da qui potrebbe derivare la curiosa locuzione “mangiare la foglia”, il cui significato è accorgersi di un inganno, intuire un raggiro. Così come il baco prima di divorare le fronde del morer procede con circospezione a un primo assaggio, a “mangiare la foglia” in senso figurato è l’individuo astuto che fiuta in anticipo l’odore di un imminente imbroglio.
E proprio dall’astuzia discende una seconda, accattivante ipotesi. Ulisse, l’eroe omerico celebre per audacia e scaltrezza, riuscì a scongiurare il sortilegio della maga Circe grazie alle foglie di una pianta misteriosa, il moly, da alcuni identificato con l’aglio, da altri con l’elleboro o il bucaneve. Fatto sta che il furbo Odisseo, consigliato dal dio Ermes, mangiando la foglia evitò la sorte dei suoi incauti compagni trasformati dalla maga in maiali, cani e leoni.
Una terza congettura rimanda all’usanza di certi pastori di verificare di persona la bontà del pascolo masticando personalmente qualche foglia. Un’ultima versione si riferisce infine al momento in cui ovini e bovini iniziano a brucare; un frangente in cui mangiare la foglia, anziché nutrirsi di latte materno, equivale a fare un salto di qualità in termini di furbizia e accortezza. Da quel momento l’agnello e il vitello prenderanno le distanze dalla proverbiale ingenuità di cuccioli acquisendo l’esperienza necessaria a fronteggiare le sfide poste loro dalla natura.
Concludiamo questo breve viaggio fra foglie, pozioni, pascoli e greggi ritornando al punto di partenza, ovvero al gelso e ai bachi da seta.
Ad attenderci c’è Carlo Dossi, scrittore, archeologo e diplomatico lombardo, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, che in un suo saggio ricorda l’emozione provata da bambino alle prese con l’allevamento del cavaliere. Nel giorno di San Giovanni l’autore scruta il sacchettino nel quale brulicano i bachi. “Corriamo subito a comperar della foglia”. In un attimo “le prime foglie sono completamente coperte, e bucate – La foglia non è più che un ricamo – E i bachi a poco a poco s’ingrossano e si allargano pigliando posto sul tavolo”. Le ingorde larve invadono la casa e sembrano moltiplicarsi. “Niente più studi. I bachi biancheggiano anche sui libri e i quaderni. Infine, cominciano ad abbozzolarsi. Nostra emozione. Si veglia due notti”.
(Autore: Marcello Marzani)
(Foto: Marcello Marzani)
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