Luogo d’approdo per navigli, merci e viaggiatori provenienti da Occidente e da Oriente, la Serenissima ha pagato a caro prezzo la prosperità derivante dal suo ruolo di fulcro commerciale del Mediterraneo. Come si apprende dal saggio Venezia e le epidemie curato da Egidio Ivetic, nel capoluogo lagunare assieme a spezie, gemme e tessuti preziosi sono spesso sbarcati anche i germi di malattie perniciose.
Fra queste, la più temuta era probabilmente la peste bubbonica che, se da un lato ha decimato a più riprese gli abitanti della Dominante, dall’altro ha sollecitato l’adozione di provvedimenti sanitari sorprendentemente efficaci e all’avanguardia per l’epoca. Basti pensare alle cosiddette fedi di sanità, passaporti sanitari rilasciati gratuitamente dalle autorità veneziane, veri e propri antenati del recente “green pass”.
Segnali inequivocabili del contagio erano le petecchie, macchie paonazze o, nei casi più gravi, nere e i bubboni, inquietanti rigonfiamenti che comparivano a livello dell’inguine, delle ascelle, della gola e delle orecchie. Sopraffatto dal morbo, l’appestato si copriva di piaghe purulente, percepiva le membra raggelarsi, era colto da una sete terribile, quindi, passava a miglior vita nel lezzo e con la lingua orribilmente nera.
In tema di piaghe, tuttavia, è indubbio che le più celebri provocate a Gesù dal supplizio della crocifissione. Ferite alle quali è collegato il tema dibattuto dell’incredulità di San Tommaso. Nel Vangelo secondo Giovanni, Cristo invita l’apostolo a toccargli il costato per vincere lo scetticismo e trasformarsi da incredulo a credente.
Sebbene in molti sostengano che San Tommaso non abbia mai sfiorato il corpo di Gesù, la sua proverbiale diffidenza ha ispirato numerosi artisti fra i quali Caravaggio, autore di un dipinto nel quale l’apostolo è raffigurato nell’atto di infilare un dito in una delle ferite del Salvatore.
(Autore: Marcello Marzani)
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