Modi di dire: non cavare un ragno dal buco

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Innocui o estremamente velenosi, di grandezza variabile (dal mezzo millimetro del Pato digua colombiano ai trenta centimetri della Tarantola Golia), i ragni hanno da sempre colpito l’immaginazione dell’uomo.

Associati alla pazienza, ritenuti latori di fortuna e buona salute, ma anche metafora di slealtà, perfidia e pericolo mortale, essi hanno la capacità di incutere timore e al tempo stesso ammaliare chi li osserva. Lo scrittore torinese Primo Levi reputava i ragni “una inesauribile sorgente di meraviglia, di meditazioni, di stimoli e di brividi”.

Lo storico bassanese Otello Fabris, dal canto suo, ha dedicato un interessante saggio ai misteri del ragno; protagonista della ricerca di Fabris, tuttavia, non è né l’inquietante vedova nera e nemmeno il subdolo ragno violino, bensì un’autentica icona della cucina veneta: lo stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato. Ingrediente principale di piatti intramontabili come il baccalà alla vicentina o quello mantecato, lo stoccafisso migliore è senza dubbio il celebre “Ragno”, pescato all’amo nelle fredde acque del nord Europa.

La denominazione Ragno, piuttosto inconsueta per un prodotto ittico, non è altro che la storpiatura di Ragnar Riksheim, l’azienda norvegese che fino a qualche decennio fa commercializzava gli stoccafissi più pregiati. Una tradizione raccolta e perpetuata da alcune aziende leader che, ancora oggi, appongono il marchio a fuoco Ragno – Ragnar sulla pelle dei migliori merluzzi essiccati.

Ritornando all’instancabile tessitore di trappole, all’incubo di mosche e altri insetti sprovveduti, ecco un modo di dire piuttosto comune che lo riguarda direttamente: non cavare un ragno dal buco. Una locuzione che descrive l’incapacità di risolvere un problema, di venire a capo a una serie di difficoltà, di raggiungere un traguardo.

È incapace di cavare un ragno dal buco colui che, dopo aver letto e riletto le istruzioni per il montaggio di un mobiletto, si arrende dinanzi a immagini e testi incomprensibili. La stessa sorte di chi, sotto il sole cocente, prova senza successo a cambiare il filo del decespugliatore ricorrendo anche ai tutorial disponibili in rete.

Come si evince da un saggio di Ilaria Bonomi pubblicato dall’Accademia della Crusca, è da secoli che si avvicendano generazioni di buoni a nulla che si cimentano, senza successo, nell’arte di stanare l’aracnide dal proprio rifugio. Un tempo, la colorita locuzione, si usava anche per stigmatizzare l’eccessiva lentezza nel portare a temine un compito e la si estendeva agli inetti in generale.

Collegata verosimilmente alla quotidianità agreste, l’incapacità di rimuovere i ragni dal buco si rintraccia nel dialetto veneto già a partire dal Settecento e già allora serviva a sottolineare sia un’inutile perdita di tempo che a rimarcare l’imbarazzante incompetenza di certi soggetti.

Non riuscire a cavare un ragno dal buco è capitato a tutti. L’importante è non intestardirsi, riconoscere i propri limiti e lasciare il ragno lì dov’è.

Ostinarsi sarebbe non solo controproducente, ma anche dannoso. François de La Rochefoucauld, intellettuale francese vissuto nel XVII secolo, sosteneva infatti che “coloro che si applicano troppo alle piccole cose di solito diventano incapaci delle grandi”.

(Autore: Marcello Marzani)
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