Erano talmente poveri da meritarsi l’appellativo di bisnenti, due volte niente: né terra da coltivare, né boschi da mettere a profitto. I braccianti del Montello si ritrovarono in questa misera condizione all’indomani della decisione delle autorità veneziane di appropriarsi dei preziosi boschi di rovere della Marca, indispensabili per la cantieristica navale dello Stato da mar. Da protagonisti di un’economia basata sullo sfruttamento del bosco e della legna i bisnenti (o pisnenti), un tempo bottai, carbonai e boscaioli divennero umili taglialegna al servizio della Serenissima: e per sbarcare il lunario, ma anche per dispetto, si diedero a rubare la legna, a pascolare abusivamente il bestiame, a trafugare gli alberi del Montello perennemente incalzati dai saltari, le guardie forestali al soldo della Serenissima e, nei secoli successivi, della Francia, dell’Austria e persino del neonato Regno d’Italia.
L’annosa epopea dei bisnenti è propizia per far luce sulle origini di un modo di dire molto diffuso, sbarcare il lunario, il cui significato è arrabattarsi per arrivare a fine mese grazie a lavoretti ed espedienti per risparmiare le magre risorse disponibili.
La locuzione, come afferma Paolo Rondinelli in un saggio pubblicato dall’Accademia della Crusca, risale all’Ottocento e poggia su due pilastri: il lunario, l’almanacco popolare ancora in voga presso molte comunità rurali e lo sbarco, sia nell’accezione di scaricamento di passeggeri e merci da una nave o da un aereo, che nel senso di felice conclusione di un viaggio.
A coniare per primo la curiosa espressione pare sia stato un poeta toscano, Giuseppe Giusti (1809 -1850) autore del pungente componimento Il papato di Prete Peronel quale il protagonista viene descritto come un buon cristiano, lieto e semplice, che vive e lascia vivere e rassegnato sbarca il suo lunario con la rendita di un orto.
Il Calendario di Frate Indovino, l’almanacco di Sesto Caio Baccelli detto “lo strolago di Brozzi”, Il Bugiardino ligure, insieme alla sterminata serie di pubblicazioni offerte da consorzi agrari, vivai e garden center sono esempi di lunari attuali, grazie ai quali verificare il santo del giorno, decidere il momento migliore per semine e trapianti, lasciarsi ispirare da ricette della tradizione e imparare qualche trucco per risparmiare.
A sbarcare il lunario in senso metaforico, assieme ai più umili, sono stati anche parecchi personaggi illustri. Fra di essi il poeta Giosuè Carducci, fra i primi a usare questo curioso modo di dire, i pittori Jan Vermeer e Amedeo Modigliani, il filosofo Friedrich Nietzsche e lo scrittore Albert Camus. Lo stesso Giuseppe Garibaldi, ritiratosi a Caprera, faceva letteralmente salti mortali per far quadrare il bilancio della sua azienda agricola tanto da rinunciare allo zucchero perché troppo costoso.
Barcamenarsi fra risparmi e privazioni è allo stesso tempo una necessità e un’arte che richiede coraggio, fantasia e disincanto. Nel romanzo Le stelle fredde, scritto dal vicentino Guido Piovene e ambientato nell’Altopiano dei Sette Comuni, uno dei protagonisti afferma: “Per quale ragione pensa che un uomo entri nella polizia?”. “Non ne ho idea. Suppongo che per la maggior parte sia un modo come un altro di sbarcare il lunario”. Un’amara riflessione sull’essenza di una professione che, al pari di poche altre, richiede un’autentica vocazione.
Affini al concetto di sbarcare il lunario sono le locuzioni tirare la cinghia, campare alla meno peggio, tirare a campare, mandare avanti la baracca intesa come famiglia, bottega o azienda. E se nel lunario appeso in cucina si possono trarre mille suggerimenti per evitare sprechi, fare economie e affrontare il crescente costo della vita, un prezioso e inaspettato consiglio giunge dall’umorista americano Kin Hubbard: “Il modo più sicuro di raddoppiare il tuo denaro è di piegarlo in due e metterlo nella tua tasca”.
(Autore: Marcello Marzani)
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