Nato a Venezia nel 1863 in “una famiglia ebrea numerosa che viveva sul Canal Grande”, Carlo Pincherle fu ingegnere, architetto e pittore. Discendente di Leone, ministro della Repubblica veneziana ai tempi di Daniele Manin, fratello di un eminente giurista, zio degli esuli antifascisti Carlo e Nello Rosselli, Carlo Pincherle trascorse buona parte della propria esistenza a Roma ove firmò i progetti di eleganti ville borghesi. A mantenerne viva la memoria contribuisce tuttavia un’altra circostanza: Pincherle fu il padre di Alberto Moravia, uno dei più fecondi intellettuali del Novecento che nei suoi scritti ebbe l’ardire di affrontare temi scomodi e scabrosi.
Autore di romanzi fra i quali La noia, La ciociara e Gli indifferenti, candidato per ben diciassette volte al premio Nobel per la letteratura, sposato per oltre vent’anni con Elsa Morante, Alberto Moravia suo malgrado rafforzò le proprie radici venete presso l’Istituto elioterapico Codivilla di Cortina d’Ampezzo ove trascorse lunghi periodi per curarsi dalla tubercolosi.
Fra i temi che ricorrono negli scritti di Moravia compare il singolare atto di lacerare gli abiti, un gesto che di volta in volta sottolinea l’aggressività, la disperazione o la passione sensuale dei protagonisti del racconto.
Stracciarsi le vesti è un diffuso modo di dire collegato alla profonda indignazione, a uno sdegno incontenibile, magari velato d’ipocrisia, che spinge a gesti plateali come quello di ridurre rabbiosamente gli abiti in brandelli.
Tutto nasce dalle Sacre Scritture eda usanze ataviche legate al lutto, al pentimento o al terrore per il sacro. Molti popoli antichi, dinanzi alla morte di un congiunto, usavano squarciarsi l’abito per ostentare lo strazio provato: così fecero Giobbe e Giacobbe mettendo sullo stesso piano la veste e il cuore. I sacerdoti ricorrevano a questa pratica per palesare vergogna, rimorso e rimarcare la propria fragilità di uomini dinanzi al mistero divino. Durante il processo a Gesù che si proclamò figlio di Dio, il sommo sacerdote Caifa, profondamente scandalizzato, reagì dinanzi a quelle che reputava inammissibili bestemmie stracciandosi le vesti. Un gesto che anticamente faceva parte di alcuni riti liturgici tanto che, prima dei divieti imposti dalla Chiesa cattolica, si confezionavano abiti con tagli già predisposti che garantivano la necessaria teatralità a chi decideva di stracciarseli di dosso pubblicamente.
Oggi si guarda con diffidenza a coloro che, anche metaforicamente, si strappano le vesti per protesta, per il dolore o l’ira. Gli amministratori, i politici o i dirigenti sportivi che tentano di mascherare i loro insuccessi con atteggiamenti melodrammatici non solo non sono credibili, ma accrescono l’irritazione di chi li osserva.
Allo stesso modo sono oramai giudicate inopportune le esagerate manifestazioni di cordoglio di soggetti pagati per versare calde lacrime o strapparsi vesti e capelli difronte al feretro di uno sconosciuto. Meglio lasciare a sarti e stilisti la prerogativa di occuparsi, con la necessaria professionalità, di tagli e cuciture. A patto che questi, come sosteneva Coco Chanel, non dimentichino che dentro un vestito c’è una donna che deve muoversi e salire in macchina senza che le scoppino le cuciture della sottana.
(Autore: Marcello Marzani)
(Foto: Marcello Marzani)
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