Quando Jovanotti, Serra e Veltroni ci spiegano la sostenibilità. Senza saperlo

La natura non è la fatina dei dentini. Due fatti di cronaca, entrambi recentissimi, entrambi accaduti a persone di cultura progressista e ambientalmente sensibile, ci offrono un’occasione rara: ragionare sulla natura senza sentimentalismi, senza la patina verde acqua con cui siamo soliti ammantarla.

Il primo caso riguarda Jovanotti, o meglio l’organizzazione del suo Jova Beach Party. È stato un esposto di Legambiente alla Procura di Trani a far scattare l’inchiesta: tre figure legate all’organizzazione e all’allestimento del concerto tenuto nel luglio 2022 sulla litoranea di Ponente di Barletta risultano ora nel registro degli indagati, mentre Jovanotti non è tra questi. Le accuse a loro carico comprendono inquinamento ambientale colposo, abusivismo edilizio in zona vincolata e falso ideologico a carico del progettista. Secondo gli inquirenti, per accogliere circa trentamila spettatori sarebbero stati alterati con mezzi meccanici oltre sedicimila metri quadrati di arenile sottoposto a vincolo paesaggistico, con sbancamento delle dune, eliminazione della vegetazione spontanea e conseguente compromissione degli habitat di specie protette. L’artista, che aveva costruito attorno al tour un’identità esplicitamente ecologista e aveva risposto alle critiche definendo i contestatori “econazisti”, si trova ora al centro di una vicenda che la materialità di un ecosistema dunale ha reso impossibile ignorare.

Il secondo caso ha il sapore più intimo e doloroso di un lutto. Il giornalista e scrittore Michele Serra ha raccontato nella sua newsletter che il suo cane Osso è stato sbranato da un branco di lupi a pochi metri dalla sua abitazione sull’Appennino piacentino, in Val Tidone. Il branco aveva già ucciso sei pecore di un vicino il giorno precedente. Serra ha scritto parole oneste: la natura è meravigliosa, ma è anche dura, esigente. L’ampliamento dell’areale del lupo è un successo ecologico reale, una delle storie di conservazione più significative d’Europa. Ma quel successo oggi presenta il conto, e il conto va gestito, non rimosso. Vale però la pena ricordare che un cane è anch’esso un predatore, e che lasciarlo vagare libero è vietato dalla legge proprio perché infligge alle specie selvatiche la stessa sorte che Osso ha subito. La simmetria è scomoda, ma è parte del ragionamento.

Aggiungiamo un terzo caso, di diversa natura ma identica struttura. Walter Veltroni ha recentemente pubblicato sul Corriere della Sera un’intervista a Claude, il programma di intelligenza artificiale di Anthropic, chiedendogli se si sente uomo o donna, come vive la morte, se prova solitudine. È una scelta comprensibile in chi ha fatto della ricerca dell’umano la propria cifra intellettuale. Claude è però un modello linguistico: ha una struttura, transformer, attenzione, pesi, distribuzioni di probabilità, e un uso che dipende interamente da chi lo interroga e da come. Non prova nulla, non vive nulla, non sogna. Ma è addestrato su milioni di testi umani e risponde con la voce che il contesto richiede; così Veltroni, cercando l’umano, ha trovato esattamente l’umano che cercava, e ha trattato uno strumento di statistica computazionale come se fosse un interlocutore senziente. Lo specchio ha restituito il volto di chi guardava.

Tre episodi apparentemente distanti, tre protagonisti che non si parlano. Eppure raccontano la stessa cosa: il modo in cui reagiamo a ciò che non comprendiamo. Lo addomestichiamo, lo romanticizziamo, lo interroghiamo come se ci somigliasse. C’è una forma sottile ma pervasiva di naturalismo estetico nella cultura contemporanea, si ama la natura come immagine, come atmosfera, come cornice emotiva. La si difende a parole con grande passione, la si frequenta come palcoscenico per concerti o come sfondo per il proprio ritiro spirituale in collina, e poi ci si stupisce, o ci si indigna, o ci si addolora quando essa si comporta da natura. Quando erode, quando mangia, quando non si lascia modellare. E intanto la realtà va per conto suo.

Eppure la sostenibilità, quella vera, comincia esattamente qui: dalla capacità di conoscere il sistema che si vuole sostenere, non di amarlo o raccontarlo. Conoscerne i limiti, le soglie, le dinamiche, le irreversibilità. Se non sappiamo che una duna è un ecosistema e non una spiaggia livellabile, se non sappiamo che un grande carnivoro vede in un cane vagante una preda, se non sappiamo distinguere un modello linguistico da un interlocutore, come possiamo pretendere di governare qualcosa in modo sostenibile?

La biologia della conservazione non è una poesia. È una disciplina che studia sistemi complessi, dinamici, spesso conflittuali. La coesistenza con i grandi predatori non si risolve con i buoni sentimenti ma con protocolli, misure di prevenzione, gestione adattativa e scientificamente fondata delle popolazioni. La tutela degli ecosistemi costieri non si concilia con l’installazione di palchi su sedici ettari di duna vincolata, a prescindere da quanta plastica si raccoglie alla fine del concerto. Amare la natura significa accettarne la logica, non solo la bellezza. Significa sapere che un lupo predatore sano fa esattamente ciò che un lupo predatore sano deve fare. Che una duna non è un parcheggio temporaneo. Che la conservazione, quella vera, costa fatica, rinunce, conflitti, e a volte anche un lutto.

Il problema, forse, è che abbiamo sempre più difficoltà con la realtà in quanto tale. Non capiamo la natura, che pure esiste da miliardi di anni secondo regole immutabili, e non capiamo quello che noi stessi costruiamo; uno strumento come Claude, che è opera nostra, viene scambiato per un essere senziente, lui, proprio lui, un prodotto matematico e informatico degli ultimi anni.

La duna che abbiamo spianato con le ruspe, il lupo con cui condividiamo il nostro territorio, il modello linguistico che abbiamo addestrato su miliardi di miliardi di miliardi di parole umane: tutti e tre ci restituiscono qualcosa di vero su di noi. E quello che restituiscono è che siamo molto più bravi a raccontare il mondo che a comprenderlo.

(Autore: Paola Peresin)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata

Related Posts