Quando l’etologia spiega l’insostenibilità climatica

Esiste una soglia sotto la quale la crisi climatica diventa invisibile agli strumenti che usiamo per misurarla. Non invisibile agli animali, che la vivono. Invisibile a noi, che contiamo individui, misuriamo biomassa, calcoliamo tassi riproduttivi. L’etologia lavora in quello spazio: osserva ciò che gli animali fanno, non solo quanti sono, e per questo arriva prima.

Il gioco è un comportamento costoso. Richiede energia, espone al rischio, non produce risorse immediate. Nelle specie sociali esiste per una ragione precisa: costruisce la trama delle relazioni che rendono possibile la vita del gruppo. Nei giovani mammiferi, le sequenze di gioco sono il laboratorio in cui si calibrano forza e intenzione, si leggono i segnali dell’altro, si consolidano i legami laterali tra coetanei. Quei legami, nella vita adulta, diventano cooperazione nella sorveglianza del territorio, difesa dei cuccioli, termoregolazione collettiva durante il letargo. Il gioco non è ricreazione. È infrastruttura sociale.

Uno studio pubblicato pochi giorni fa su Animal Behaviour, condotto nel Parco Nazionale Gran Paradiso su 83 marmotte alpine osservate per due anni, mostra che l’attività di gioco raggiunge il massimo intorno ai 12,8 °C e diventa quasi inesistente oltre i 21 °C.  Grooming, saluti e interazioni agonistiche non mostrano invece una riduzione significativa: le marmotte sembrano adottare una gerarchia delle priorità, rinunciando a ciò che è facoltativo e dispendioso mentre conservano i comportamenti indispensabili a mantenere gerarchia e status all’interno del gruppo.  È una soluzione adattativa di breve periodo. Ma i costi si accumulano altrove, e più lentamente.

Non è un caso isolato. Ricerche su greggi in condizioni di stress termico estremo hanno documentato che quando le ondate di calore peggiorano, la rete sociale del gruppo diventa più connessa ma perde struttura interna, con una riduzione della modularità che altera i pattern di prossimità tra individui.  Studi sul camoscio alpino mostrano che condizioni più calde e siccitose hanno prodotto un aumento dei tassi di aggressività e un’escalation nell’intensità dei conflitti per l’accesso alle risorse.  Meno gioco, reti sociali più piatte, più aggressività: sono risposte diverse allo stesso problema, e disegnano insieme un quadro coerente. Il cambiamento climatico non agisce solo sulla fisiologia e sulla fenologia. Agisce sull’architettura delle relazioni.

Questo è ciò che i sistemi di monitoraggio standard non vedono. Un censimento conta individui. Una stima della biomassa misura la produttività. Un tasso riproduttivo registra quanti cuccioli sopravvivono all’inverno. Nessuno di questi indicatori intercetta la progressiva erosione del tessuto sociale di un gruppo prima che quella erosione produca effetti demografici misurabili. L’etologia intercetta quella fase. Lo studio Gran Paradiso propone esplicitamente di trattare la riduzione del gioco come un bioindicatore precoce dello stress termico: il monitoraggio a lungo termine permette di cogliere cambiamenti sottili che possono rappresentare i primi segnali delle trasformazioni in atto nell’ambiente alpino.  Un comportamento apparentemente marginale diventa una finestra su ciò che accade prima che accada.

La parola insostenibilità viene usata quasi sempre in senso economico o fisico: esaurimento delle risorse, superamento delle soglie planetarie, collasso dei servizi ecosistemici. L’etologia aggiunge una dimensione che quella letteratura tende a trascurare: l’insostenibilità si manifesta prima nei comportamenti che nei numeri, prima nelle relazioni che nelle popolazioni. Una traiettoria climatica che porta le temperature estive alpine stabilmente oltre i 21 gradi non è insostenibile solo perché riduce la produttività dei pascoli o accelera il ritiro dei ghiacciai. È insostenibile perché smonta, silenziosamente e prima, la coesione dei gruppi sociali da cui dipende la sopravvivenza invernale dei cuccioli, la difesa del territorio, la trasmissione dei comportamenti appresi. Smonta, cioè, ciò che non si conta.

Scegliere di non ridurre le emissioni significa scegliere anche questo. L’etologia lo dice con precisione. Il problema è che non siamo attrezzati ad ascoltarla.

(Autore: Paola Peresin)
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