“… Non è volato via Alex. E’ qui. Ci è entrato dentro, è la parte impossibile di ciascuno di noi, la forza disperata che vorremmo avere di non piegarci davanti a niente e a nessuno mai, l’eroe che abbiamo accarezzato e sognato di diventare quando eravamo bambini. Zanardi è stato un enorme campione. E i campioni si ricordano e si onorano”.
Ha ragione Carlo Verdelli, autore di un magistrale intervento sulle pagine di ieri del Corriere della Sera. Proprio così. Alex Zanardi – “bimbo impavido” secondo la memoria della sua maestra, Renza Vitali, alle scuole elementari di Castel Maggiore – ha avuto forza, coraggio, ardore straordinari, oltre ogni limite, e il suo esempio vale oltre lo sport, come ha messo in evidenza il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
La sua morte ci ha sorpreso, abituati alla sua vita formidabile intrecciata da gravi sventure accidentali e nel contempo da una incredibile capacità di riscossa, di ripresa, di autentica rinascita. Una vita, durata 59 anni, che è stata in verità esperienza di più vite per Zanardi, e tutte sperimentate e amate in maniera strenua, appassionata, eccezionale, unica. Ha scritto ancora Verdelli: “Alex da Bologna, nato pilota da una sarta e un idraulico, è un esempio, un essere che ha regalato speranza agli altri, senza prediche, senza discorsi alati, dimostrando con tutto se stesso che “volere” è il verbo che fa la differenza: non tra vincere e perdere, ma tra ricominciare e arrendersi, lottare o lasciarsi andare, rassegnarsi al destino o ribaltarlo. Come lui pochissimi, nessuno”.
Già pilota di Formula 1, aveva sofferto un tremendo incidente automobilistico nel 2001, a seguito del quale aveva subito l’amputazione delle gambe. Diventato campione simbolo del paraciclismo, aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi di Londra 2012 e di Rio 2016. Nel 2020, ancora la sfortuna di un gravissimo impatto contro un camion mentre in handbike percorreva le strade del senese inseguendo il nuovo progetto di solidarietà Obiettivo Tricolore. Sono seguiti anni difficili di ricoveri, terapie, percorsi di cura, sempre assistito con amore dalla moglie Daniela e dal figlio Niccolò, in un silenzio di riservatezza e di rispetto che nessuno ha mai violato, sino all’ultimo respiro, lo scorso 1 maggio, in una data che segna anche l’anniversario della morte del grande pilota idolo di Zanardi, Ayrton Senna.
Le sue frasi ormai famose sono scolpite, e sono state riproposte anche negli innumerevoli servizi giornalistici che hanno accompagnato la notizia della scomparsa dello sportivo bolognese. “Quando mi sono svegliato senza gambe, ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”: basterebbe questa citazione delle sue parole dopo l’incidente del 2001 per comprendere la “filosofia” di vita di Alex Zanardi, il suo approccio forte e indomito rispetto alle difficoltà improvvise dell’esistenza, anche le più negative e preoccupanti, la sua capacità non comune di recuperare sempre il filo concreto di una speranza genuina per un futuro personale in pienezza, e non di mera sopravvivenza. Mosso dal desiderio di traguardi sempre nuovi e di aspirazioni felici, aveva detto: “Se sai cavalcare ciò che accade, magari lo trasformi anche in una cosa bella. Come è accaduto: penso di essere riuscito a convertire il mio incidente in una opportunità”.
E quando partecipò per la prima volta alla Paralimpiadi, affermò: “Siamo alla resa dei conti, ma la parte affascinante sono stati questi anni di avvicinamento, della creazione passo dopo passo di un sogno”. Per arrivare a esprimersi così: “Sono Alex Zanardi, e se non avessi avuto l’incidente in cui ho perso le gambe ora non sarei così felice”. Non è facile parlare in questo modo, con questi sentimenti, anzi, è complicatissimo se osserviamo e giudichiamo la vicenda umana del campione scomparso con il nostro sguardo molto ristretto, il nostro timore della malattia e della sofferenza, la sterile lamentazione che distingue tante persone nelle occasioni in cui sembra che un destino avverso debba accanirsi contro i propri disegni volti alla conquista di una normalità senza problemi, senza difficoltà, senza ostacoli di rilievo.
Tutto colpisce in verità e in profondità perché le parole di Alex Zanardi hanno avuto la forza di tramutarsi in gesti eloquenti, in azioni precise, in programmi evidenti e chiari di nobile dinamica sportiva. Senza mai cedere alla fatica, senza mai fermarsi, senza trovare alibi. In perenne movimento perché, diceva, “La vita è come il caffè: per addolcirla devi girare il cucchiaino”. E lui lo ha fatto con umiltà, con gentilezza, con autoironia, con disponibilità totale verso tutti. Con il suo sorriso, unico e inconfondibile, di cui hanno raccontato tutti in questi giorni, e che aveva conquistato la simpatia e l’affetto di una platea vastissima di ammiratori.
Lo aveva ben capito, spiegando così: “Quando correvo fino ai 400 all’ora sulle piste di tutto il mondo, ero io da solo. Adesso, su quell’hanbike, c’è mezza Italia che spinge con me. Sento che la gente mi vuole bene. Ma, in fondo, non ho fatto niente di speciale. Ho preso la bicicletta, e ho pedalato”. Coraggioso, audace, intrepido, impavido, Zanardi ha lottato e vinto contro ostacoli che sembravano assolutamente insuperabili, con il sorriso. Per lo sport e per la vita resterà un modello e un esempio, lui sì probabilmente insuperabile. Bellezza totale, e luce che ci sarà sempre per dare volto e stile all’umanità migliore.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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