Parlare di sostenibilità significa, prima di tutto, fare i conti con la realtà. Non basta affermare che vogliamo proteggere la natura: bisogna sapere quanti individui servono a una specie per sopravvivere nel lungo periodo, quanto territorio deve occupare, e in quale stato si trova oggi. Per 81 specie di mammiferi terrestri europei — lupi, orsi, linci, pipistrelli, criceti, e molti altri — la scienza della conservazione è in grado di rispondere a queste domande con numeri precisi, non con vaghe dichiarazioni di intenti.
In Europa esiste una legge fondamentale, la Direttiva Habitat, che obbliga i Paesi dell’Unione Europea a portare le specie animali e vegetali in uno stato di conservazione favorevole. Suona bene, ma il problema è che ogni Paese lo misurava a modo suo, spesso senza numeri precisi. C’era chi diceva “abbastanza”, chi “discreto”, chi lasciava il campo vuoto. Il risultato era una babele di valutazioni incomparabili, impossibili da usare per pianificare azioni concrete.
La risposta della biologia della conservazione è quella di fissare obiettivi misurabili e con una scadenza: non “l’orso deve stare meglio”, ma “in Italia, nella regione biogeografica alpina, entro il 2030 gli orsi devono essere almeno X, distribuiti su almeno Y chilometri quadrati”.
Per calcolare questi obiettivi si usano strade diverse a seconda della situazione di ogni specie. Per mammiferi grandi e ben monitorati, come il lupo o l’orso bruno, esistono serie storiche di dati su quanti individui ci sono stati nel tempo. Con questi dati si costruisce un modello matematico che stima il tasso di crescita annuo della popolazione e proietta quanti individui ci saranno nel 2030 se le condizioni rimangono stabili. Per il lupo sulle Alpi italiane, ad esempio, il modello restituisce una crescita molto rapida, con un tasso annuo intorno al 14%. Per specie come i pipistrelli, di cui sappiamo poco sulla demografia ma qualcosa sulla loro capacità di dispersione, si parte dalla mappa attuale di distribuzione e si calcola di quanto il territorio occupato potrebbe allargarsi entro il 2030, tenendo conto di quanto lontano riescono a spostarsi in una generazione. Per altre specie ancora si ricorre alla letteratura scientifica già pubblicata, cercando studi che stimino la cosiddetta popolazione minima vitale: il numero minimo di individui necessario perché una specie possa mantenersi nel tempo senza scivolare verso l’estinzione.
Non sempre però è possibile fissare un obiettivo più alto rispetto alla situazione attuale. Per alcune specie minacciate da cause irreversibili — la perdita definitiva di habitat, gli effetti già in atto del cambiamento climatico, la frammentazione del paesaggio senza possibilità di recupero — l’obiettivo realistico è semplicemente non peggiorare: mantenere quello che c’è. Non è una resa, è realismo scientifico, e riconoscerlo è parte integrante di qualsiasi approccio serio alla sostenibilità.
La situazione dei mammiferi europei, guardandola con questi strumenti, non è rassicurante. Meno di un quarto delle specie valutate risulta in buono stato di conservazione. Più della metà è in stato insufficiente o cattivo. Per il 20% non si sa nemmeno com’è messa, perché i dati mancano del tutto. La lince iberica (Lynx pardinus) è una delle rare storie di successo: con un tasso di crescita annuo attorno al 13%, è considerata uno dei più significativi recuperi della fauna europea degli ultimi decenni. Il criceto europeo (Cricetus cricetus) e molte specie di pipistrelli sono invece in forte declino e richiedono interventi urgenti.
Avere obiettivi numerici precisi non è un esercizio accademico. Serve a capire quante aree protette servono, dove vanno create, quali habitat vanno restaurati. La Strategia europea per la Biodiversità 2030 vuole che almeno il 30% del territorio europeo sia protetto. Ma proteggere dove? E abbastanza per chi? Senza sapere quanti individui e quanti chilometri quadrati servono a ciascuna specie, quelle percentuali restano numeri vuoti.
Eppure conoscere il numero non basta. Uno studio appena pubblicato su Nature Ecology & Evolution da Axelle Francx e Sandra Rousseau ha analizzato come vengono assegnati i valori monetari agli animali selvatici nella legislazione europea: quei prezzi ufficiali che determinano quanto deve pagare chi danneggia o uccide illegalmente una specie protetta. Il risultato è scomodo. I criteri che guidano questi valori sono in gran parte impliciti, poco giustificati scientificamente, e riflettono pregiudizi tassonomici profondi. Mammiferi e uccelli ricevono valori sistematicamente più alti rispetto ad altri gruppi, indipendentemente dalla loro reale importanza ecologica. Una legge che vuole proteggere la biodiversità finisce così per premiare gli animali che ci sembrano più simpatici o più “importanti”, non necessariamente quelli che reggono in piedi l’ecosistema.
La sostenibilità non si raggiunge con le buone intenzioni né con le leggi scritte male. Richiede numeri fondati sulla biologia, criteri trasparenti, e la volontà di trattare la natura non come uno sfondo decorativo ma come un sistema che ha le sue regole, indipendentemente da quanto lo troviamo bello.
(Autore: Paola Peresin)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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