Il 13 maggio 2026 le commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato inseriscono stambecco, oca selvatica e piccione tra le specie cacciabili, nell’ambito della riforma della legge 157/92 nota come Ddl Malan. Tredici giorni dopo il governo ritira lo stambecco dall’elenco, sotto la pressione del mondo scientifico. La stampa racconta l’episodio come una vittoria della scienza sull’ideologia. È una lettura comoda, ma imprecisa: la stessa riforma usa due animali per raccontare due storie opposte, e i numeri dell’ISPRA, quelli che dovrebbero decidere la questione, restano sullo sfondo per entrambi i fronti, dicendo qualcosa di più complicato e diverso per ciascuna delle due specie coinvolte.
Lo stambecco delle Alpi non è una specie a rischio. La IUCN lo colloca tra quelle a minor preoccupazione, l’ISPRA stima la popolazione italiana tra 14.000 e oltre 16.000 capi, parte di un contingente alpino complessivo di circa 50.000 individui distribuiti in circa 150-170 colonie. È uno dei casi di conservazione più solidi del continente: da un centinaio di esemplari sopravvissuti a inizio Novecento a una popolazione oggi fuori pericolo di estinzione. In Alto Adige il prelievo selettivo è pratica corrente dal 1988. Se la specie fosse stata valutata solo sui numeri, la sua inclusione tra i cacciabili non avrebbe sollevato obiezioni tecniche insormontabili. Il vero argomento che ha convinto il governo a fare marcia indietro non riguardava la consistenza della popolazione, ma, come ben descritto dalla biologia, la sua distribuzione: la riforma avrebbe aperto alla caccia anche colonie isolate fuori dai confini dei parchi, senza piani di gestione differenziati colonia per colonia. A questo si è aggiunto un problema di immagine tutt’altro che marginale: lo stambecco è il simbolo del Gran Paradiso, il primo parco nazionale italiano, e trasformarlo in preda avrebbe avuto un costo reputazionale che nessuna maggioranza politica poteva permettersi. La scienza ha fornito l’argomento tecnico. A decidere è stata soprattutto l’immagine.
L’oca selvatica racconta una storia solo apparentemente opposta. Chi ne ha difeso lo status protetto parla di popolazione migratoria fragile, esposta alla perdita di habitat. Il dato di consistenza dice altro: BirdLife International classifica il trend della specie in aumento sia a livello europeo sia nei ventisette Paesi dell’Unione, con una popolazione svernante continentale stimata tra 1,19 e 1,47 milioni di individui. La crescita risulta confermata anche in Italia: nella sola provincia di Venezia gli esemplari svernanti sarebbero passati da 560 nel 2004 a oltre 15.000 nei rilevamenti più recenti, cifra citata in un’interrogazione parlamentare del deputato Bruzzone e ripresa quasi esclusivamente dalla stampa di settore venatorio, non da una pubblicazione ISPRA direttamente consultabile. Anche questo è parte del problema: persino il numero che dovrebbe essere il più neutro, la semplice conta degli individui, arriva filtrato da chi ha già una posizione da sostenere. Il problema comincia dopo, quando quel numero viene tradotto in danno. A stimare l’entità dei danni alle colture cerealicole della bassa pianura padana sono in larga parte le stesse associazioni di categoria che ne chiedono la caccia, senza un contraddittorio tecnico pubblico che quantifichi il danno in modo condiviso, lo separi da altre cause di perdita di resa, e lo metta a confronto con il costo reale di un piano di prelievo o di misure di dissuasione alternative. Il numero di individui è un dato. Il danno che quegli individui producono è una stima, prodotta da una delle due parti in causa, e trattata come se fosse la stessa cosa.
Le due vicende condividono la stessa cornice linguistica: entrambe le parti parlano di gestione sostenibile della fauna selvatica, la maggioranza per giustificare l’apertura alla caccia, le opposizioni per motivarne il rifiuto. Il nodo, però, non è quale delle due parti abbia ragione. È che nessuna delle due sa leggere, o vuole leggere pubblicamente, il dato che avrebbe a disposizione. Lo stambecco viene ritirato dall’elenco per un argomento di immagine, non per una lettura tecnica della sua distribuzione reale. L’oca selvatica resta nell’elenco sulla base di un danno mai quantificato in modo indipendente e condiviso. In entrambi i casi il numero esiste, ma non diventa mai un terreno comune su cui misurarsi: resta materiale grezzo che ciascuno usa, quando gli conviene, per rivestire una posizione già presa prima di consultarlo.
Finché la lettura dei dati resta appannaggio di parte, ogni posizione sulla fauna selvatica resta una battaglia ideologica, che serve a chi la combatte per bandiera, molto meno alle specie di cui si discute.
E in queste condizioni qualunque rivendicazione di sostenibilità del prelievo venatorio, da qualunque parte arrivi, resta un’etichetta vuota perché, ancora una volta, nessuno ha ancora dimostrato di saperla misurare.
(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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