Presente e futuro dell'ex Carnielli: qui si producevano "la Rolls-Royce di Brigitte Bardot" e le mitiche Bottecchia

 


Vedendo l’ex stabilimento Carnielli a Vittorio Veneto un pensiero viene spontaneo: “Se quei muri potessero parlare, chissà quante cose avrebbero da raccontare…”. Proprio in questi giorni si è chiusa la prima fase di bonifica dell’area, che ha portato alla messa in sicurezza del sito, con l’eliminazione di tonnellate di ruderi e di migliaia di chili di amianto che giacevano lì da anni.

Si tratta di un primo grosso risultato, visto che è passato soltanto un anno da quando Alì Spa si è aggiudicata l’area di via Dante, dando inizio all’iter che porterà alla riqualificazione di tutta l’area.

La mole di materiale bonificato è enorme: ben 90 mila chilogrammi di materiale misto da demolizione, 40.100 chili di legno trattato, 112 mila di materiale da costruzione misto a frammenti di amianto, 1.600 di amianto friabile, 2 mila metri cubi di tubi, mille chili di fibre artificiali vetrose, cento chili di bombolette spray, 6.900 chili di rifiuti da strip out, 6.500 di legno, cento di pneumatici fuori uso, 13.800 di inerti e 3 mila di materiale plastico.

Si parte da una certezza: l’edificio di archeologia industriale che domina la sponda destra del Meschio, dove venivano costruite le mitiche Graziella, verrà mantenuto. Troppo importante il suo contributo alla crescita della città per pensare di poterlo abbattere.

Il supermercato Alì sorgerà in un nuovo edificio ad hoc, che sarà realizzato nelle immediate adiacenze, sul retro dei condomini che si affacciano su via Dante, e sarà dotato di un parcheggio leggermente interrato. Al centro dell’area ex Carnielli, spostata verso il Meschio, sorgerà una piazza, così le sponde del fiume e la piccola isola verranno valorizzate e potranno essere fruite dai vittoriesi e da chi passerà da quelle parti.

Una soluzione architettonica innovativa e sostenibile che punta a restituire alla città un patrimonio che rischiava di andare perduto. La speranza è che questo intervento funga da apripista per il recupero di altre aeree di archeologia industriale che hanno fatto la storia della Città della Vittoria.

Ma facciamo un salto nel passato, negli anni del boom economico che ridisegnò il “Bel Paese”. Il 1964 verrà ricordato per la Nutella, per l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole e per la… “Graziella”. Proprio in quell’anno nella città della Vittoria, vide la luce una bicicletta che sarebbe diventata un’icona del made in Italy.

La Graziella era una bicicletta pieghevole disegnata da Rinaldo Donzelli e prodotta nella fabbrica Carnielli di Vittorio Veneto a brand Bottecchia. Grazie ad una azzeccatissima pubblicità che la presentava come "la Rolls-Royce di Brigitte Bardot", divenne molto popolare in Italia e all’estero, contribuendo in maniera decisiva a rivoluzionare la percezione comune della bicicletta, che fino agli anni Cinquanta era considerata solo come un mezzo di trasporto "povero" o al massimo come una normale attrezzatura sportiva.

Graziella si elevò a status symbol della nuova gioventù benestante, fino a diventare l’elegante bicicletta pieghevole che ha rivoluzionato per oltre vent’anni il mondo delle due ruote. La carta vincente fu la sua straordinaria praticità.

Il robusto telaio, pieghevole grazie alla cerniera centrale e all’assenza della canna orizzontale, le ruote piccole, la sella imbottita e il manubrio sfilabili con la massima facilità, ne consentivano un agile trasporto. Piegata occupava uno spazio di “75x60x30”, pesava 16 chili e poteva essere facilmente inserita nel bagagliaio di una qualsiasi utilitaria.

Come tutte le belle idee anche Graziella fu destinata ad essere “copiata” dai concorrenti. Sulla scia di questo strepitoso successo nacquero ben presto agguerrite rivali che ne riproponevano la linea in chiave più essenziale e ad un prezzo decisamente inferiore. L’Atala, la Bianchi, la Legnano, l’Aurelia Dino, la Girardengo, la Olmo ed innumerevoli altre marche meno note invasero rapidamente il mercato, contribuendo a far familiarizzare tantissime persone, specie i bambini, col fantastico mondo delle due ruote.

Fu così che, nel 1971, la Carnielli decise di sottoporre la Graziella ad un profondo restyling, dal quale nacque un autentico miracolo di purezza di linee e di esclusività di contenuti. “Reinventata da Carnielli”, così la definiva la pubblicità dell’epoca, la nuova Graziella che si distingueva dal modello precedente per le ruote di diametro maggiorato, per un telaio di dimensioni finalmente adatte a tutte le corporature e per una serie di dettagli che andavano dal portapacchi al colore (bianco panna o in alternativa un delizioso blu oltremare), fino al manubrio.

Persino il campanello dava alla Graziella quel tocco di classe in più. Costruito in solido metallo cromato, recava una vezzosa “G” sbalzata su un esagono allungato di colore blu ed era dotato di un suono potente e squillante nel timbro.

La nuova Graziella non deluse le aspettative ed ebbe un successo strepitoso, ma anche per Graziella giunse il tempo del tramonto. Eccessivamente pesante soprattutto in salita, priva del cambio di velocità, mostrava pericolose instabilità ad andature veloci, soprattutto in discesa. La "mazzata finale" arrivò con le nuove bmx e soprattutto le mountain bike.

Fu l’inizio del declino. La Graziella, con la discrezione che sempre ne accompagnò l’esistenza, scomparve silenziosamente dalle scene alla fine degli anni ‘80. Ma una cosa rimarrà per sempre: ancor oggi quando si parla degli anni che vanno dal ’60 all’80 dello scorso secolo, per un'intera generazione la mente vola subito al felice periodo della fanciullezza, fatto di interminabili pomeriggi d’estate, di canzoni di Lucio Battisti e di giri in bicicletta per le strade del quartiere, rigorosamente in sella ad una luccicante Graziella.

Ma quale è la storia della Carnielli, l’azienda vittoriese specializzata nella produzione di biciclette, motoveicoli e successivamente di attrezzatura per l'home fitness? Venne fondata da Teodoro Carnielli nel 1909 a Vittorio Veneto. Alla prima sede produttiva in Largo Cavallotti (ora Vittorio Emanuele II), seguì il trasferimento nella zona industriale di San Giacomo, diventando, nel periodo d'oro, una delle realtà imprenditoriali più importanti della Marca Trevigiana con circa 300 operai.

Negli anni '50 la Carnielli costruiva anche ciclomotori da 50cc e nel 1957 fa uso dei motori Lambretta. Poi nel 1964 venne realizzata Graziella e la storia cambiò radicalmente.

Tra gli anni ‘30 e ‘40 dalla ormai grande industria Carnielli escono le bici a marchio Bottecchia. La Bottecchia è prodotta in grandi numeri e in diverse versioni, ma quella che dà più soddisfazioni è il modello da corsa. Un settore, quest’ultimo, che contribuì a far conoscere a livello planetario il marchio Bottecchia. Basti ricordare il Giro d’Italia del 1966 vinto da Gianni Motta, il campionato del mondo su strada dello stesso anno vinto da Rudi Altig, il Giro d’Italia del 1979 vinto da Giuseppe Saronni e il Tour de France del 1989 vinto dallo statunitense Greg LeMond.

Sono soltanto alcuni dei grandi successi ottenuti da atleti che hanno tagliato il traguardo in sella ad una Bottecchia. Nel 1997 l’azienda decise di vendere il settore cicli e quindi anche il brand. Mantenne invece il settore fitness, cambiando il nome societario in Carnielli Fitness S.p.A.

Tra i brevetti Carnielli c’è anche la celebre Cyclette, la bici da camera, oggi diffusa nelle palestre e in molte case di tutto il mondo. Fu uno statunitense, Keene P. Dimick, che nel 1968 inventò quella che poi sarebbe diventata la cyclette, inizialmente chiamata lifecycle.

Il brevetto della cyclette, però, fu depositato dall'azienda italiana Teodoro Carnielli. Fino ad allora l'impresa si era occupata solo della produzione di bicilette, ma la leggenda vuole che il figlio del proprietario, Guido Carnielli, un giorno fosse intenzionato a fare sport nonostante un infortunio glielo impedisse; la soluzione naturale fu la cyclette, appunto.

“Anch’io lavoravo alla Carnielli nel reparto cyclette - ricorda con orgoglio l’europarlamentare ed ex sindaco di Vittorio Veneto, Gianatonio Da Re, che prosegue “per quegli anni era un onore partecipare ad un’avventura che era pari, nell’immaginario collettivo, a quella della Fiat. Dalla fabbrica della Carnielli usciva una vagonata di bici al giorno! Tempi d’oro per Vittorio Veneto, la sua storia e la sua economia”.

Correva l’anno 1973 e Da Re ricorda così la sua esperienza: “Un reparto all'avanguardia era quello degli articoli da palestra e dei vogatori. All'epoca nello stabilimento lavoravano circa 150 dipendenti, per la maggior parte donne. A San Giacomo si assemblavano i pezzi che venivano prodotti nei laboratori esterni. Oltre alla mitica Graziella, anche le bici da corsa con il marchio Bottecchia erano un fiore all'occhiello. Poi è cominciato il declino dovuto dalla concorrenza dei mercati a basso prezzo. Forse l’errore fu non credere fino in fondo nello sviluppo delle bici da corsa e nelle potenzialità del marchio Bottecchia”.

Ma quando e perché nasce il legame tra la Carnielli e Bottecchia? Tutto parte da Teodoro Carnielli, all’epoca artigiano vittoriese, maestro nella costruzione e nella riparazione di biciclette e presidente della locale associazione ciclistica. È lui a riconoscere subito nel giovane Ottavio Botecchia un talento eccezionale. Così dopo la consacrazione dell’incredibile e magnifico talento di Bottecchia, Carnielli, con gran fiuto per gli affari, gli propose di sfruttare il momento d’oro mettendo in produzione una bici Bottecchia.

Il ciclista ne avrebbe guadagnato delle royalties e così nacque il glorioso brand Bottecchia. Ma chi era Ottativo Bottecchia e perché nel cuore degli appassionati di ciclismo si è ritagliato un posto speciale? Nato a San Martino di Colle Umberto il 1 agosto 1894, in gioventù lavorò prima come muratore e poi come carrettiere di legnami.

Proprio l'attività di muratore gli varrà da ciclista il soprannome di “Muratore del Friuli”. Fin da ragazzo Ottavio partecipava a gare ciclistiche a premio e allo scoppio della Grande Guerra, fece parte di un corpo speciale: gli “esploratori d’assalto”. Equipaggiato di bicicletta pieghevole, si distinse per azioni che gli valsero la medaglia di bronzo al valor militare.

Dopo la guerra decise di seguire la sua grande passione per il ciclismo. Teodoro Carnielli fu il primo a credere in lui, tanto da regalargli una bici da corsa e da inviarlo ai dirigenti dell’Unione Sportiva di Pordenone, con la cui casacca iniziò a mietere i primi successi alle corse per dilettanti come il Giro del Piave, la Coppa della Vittoria, il Giro del Veneto, la Coppa Gallo e il Giro del Grappa.

Così il passo verso palcoscenici superiori fu naturale. L’undicesima edizione del Giro d’Italia fu vinta da Costante Girardengo, ma quinto in classifica generale e primo in quella degli juniores c’era Ottavio Bottecchia. Il Giro quindi gli fruttò la consacrazione della stampa come “miglior uomo in gara”.

Fu subito notato da Aldo Borella, della casa francese Automoto, che gli propose di entrare nella compagine transalpina e di correre il Tour de France al fianco dei temibili fratelli Pélissier.

Il primo Tour del France per Bottecchia si concluse con un fantastico secondo posto alle spalle del capitano Henri Pellissier. Nel giugno del ’24 quello che era stato l’atleta rivelazione dell’edizione precedente sorprese tutti i partecipanti tagliando il traguardo per primo già alla tappa inaugurale.

Quell’anno non ci furono né gara né storia per nessuno: Bottecchia si mise la maglia gialla alla prima tappa e, primo nella storia della Grande Boucle, non se la levò fino a Parigi, laureandosi campione. Dopo il trionfo assoluto del 1924, Bottecchia bissò il successo al Tour de France del 1925.

Purtroppo la carriera e la vita di Ottavio Bottecchia si conclusero prematuramente. Il 15 giugno 1927 a Gemona del Friuli, in provincia di Udine, uno strano incidente, causato probabilmente da un malessere, si portò via il 33enne di Colle Umberto mentre percorreva le familiari strade dove era solito allenarsi. Quel che è certo è che quel giorno si spense un grande campione.

Dopo questo tuffo pieno di amarcord nel ciclismo eroico, torniamo all’attualità. Per l’ex stabilimento Carnielli, dopo anni di abbandono ed incuria è giunto il momento di guardare al futuro. Partire dalle proprie radici per progettare il futuro è il miglior presupposto per ogni comunità e lo è ancor di più per una città come Vittorio Veneto, protagonista della grande storia del nostro Paese.

(Fonte: Giancarlo De Luca © Qdpnews.it).
(Video: Qdpnews.it © riproduzione riservata - video spot Carnielli storico: Tecatà.it).
#Qdpnews.it

Print Friendly, PDF & Email

// Storie di Sport