Nel racconto dell’evangelista Luca, persino Gesù Cristo si era stupito del fatto che soltanto uno fra i dieci lebbrosi che erano arrivati a lui per implorare di essere liberati dalla malattia fosse ritornato a ringraziarlo per il miracolo avvenuto della guarigione. Gli altri nove avevano pensato bene di gioire in privato per la salute riacquistata e di accogliere il cambiamento decisivo della loro vita senza esprimere alcuna forma di riconoscenza a colui che ne era stato visibilmente – proprio di fronte ai loro occhi – il protagonista decisivo.
Appare così, sin dai tempi più antichi, il fattore dell’ingratitudine rispetto al bene ricevuto: non può essere ritenuta soltanto una cattiva prassi tra le tante che purtroppo accompagnano le nostre abitudini sociali, ma qualcosa di più importante, di più profondo. Diventa l’espressione di una concezione della vita in cui la persona è egoisticamente al centro del mondo, e in cui tutto appare scontato e dovuto: non esiste alcuno spazio e non ci sono concessioni allo stupore e alla gioia per i doni ricevuti, per la gratuità del bene di cui si è destinatari, per tutte le possibilità positive che vengono offerte e diventano opportunità concrete per una migliore affermazione di se stessi.
In pratica, occasioni favorevoli che arrivano dall’esterno, dagli altri, dal mondo circostante, ma che nella concezione individuale della persona ingrata non vanno rivestite di significato, apprezzate, stimate, accolte con amore e riconoscenza. Si badi bene: in tutto questo l’atteggiamento negativo e autoreferenziale non è foriero di alcuna felicità e serenità, anzi, diventa il motivo scatenante di una confusa e inquieta rincorsa ad acquisire tutto quello che inconsciamente sembrerebbe dovuto, senza mai sapere (o volere) pronunciare la parola “grazie”. Sempre critici e insoddisfatti, spesso gelosi e invidiosi nella lamentazione costante per i traguardi e i risultati che non si riescono a raggiungere, e che sembrano sempre sorridere agli altri. Soprattutto, senza aver compreso prima come la stessa vita sia un dono inestimabile, così come lo sono la salute, gli affetti familiari, l’amicizia, i talenti di cui si dispone, le grandi possibilità offerte dal fatto di vivere in un’epoca in cui l’umanità ha comunque raggiunto livelli di benessere mai conosciuti prima.
Allo stesso tempo, si dimenticano sempre le prove e i sacrifici delle generazioni che ci hanno preceduto, segnate dalla terribile esperienza delle guerre e delle fatiche estreme poi compiute per vincere la povertà e garantirsi un futuro per sé e per i propri figli, magari attraverso l’emigrazione all’estero. E non si ricorda che la libertà e la democrazia sono state grandi conquiste della nostra civiltà, ma dolorosissime, mai scontate, e che non possono essere considerate acquisite per sempre.
“La gratitudine come via della pace” amava ripetere il vescovo Fiorino Tagliaferri. Niente da fare: nell’animo dell’ingrato tutto ciò non riveste la minima importanza, non assume alcun valore. Un fenomeno di significati e di costume così serio e diffuso da ispirare in anni recenti anche un noto volume della psicoterapeuta, scrittrice e docente Maria Rita Parsi, dal titolo emblematico “Ingrati”, nel quale l’autrice insegna a riconoscere l’ingratitudine e a difendersene, arginare i danni e i dolori che può provocare, magari usarla addirittura per rafforzarsi sul piano del carattere e dell’attitudine alla vita, con pagine che illustrano anche dei consigli concreti per imparare a fare bene il bene.
Ecco dunque la via nuova della gratitudine, più che mai necessaria per una rinascita al tempo d’oggi: ne avvertiamo tutta l’importanza, ne consideriamo il valore, tutto sommato ne valutiamo appieno la novità, in quanto si tratta di un qualcosa che non è ancora entrato nel panorama dei sentimenti e dei riferimenti delle persone, e che invece può diventare davvero una leva decisiva per il cambiamento.
E’ fondamentale per un giusto approccio alla vita sin dal suo inizio, per il primo tramite dell’esperienza educativa che avviene in famiglia. E poi diventa un fattore distintivo rispetto ai progetti personali e alle relazioni umane e sociali: coloro che sentono ed esprimono concretamente la riconoscenza affrontano la vita con uno spirito diverso e migliore, apprezzano le cose buone, si mettono naturalmente nella prospettiva di dare, e non di ricevere soltanto, acquistano un tratto dello spirito inconfondibile che include una serenità di fondo e una capacità di affrontare le sfide quotidiane con equilibrio e saggezza, prudenza e generosità, coraggio e ottimismo, sorriso e leggerezza. Grati e felici, insieme.
(Foto: Pixabay).
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