Dopo lo stop iniziale da parte del Garante della Privacy, anche in Italia si diffonde l’uso di Chat Gpt. L’utilizzo del chatbot basato sull’intelligenza artificiale (AI), per quanto offra innegabili vantaggi in termini di ottimizzazione dei tempi, espone a dei rischi di cui privati e in particolare le imprese non sono pienamente consapevoli.
A sottolinearlo è l’avvocato trevigiano Alberto Bozzo, giuslavorista esperto in materia di privacy e protezione dei dati applicata ai nuovi usi dell’intelligenza artificiale. “Per parlare di Chat Gpt bisogna partire da una premessa – spiega Bozzo -. Il mezzo di per sé è neutro, cattivo è solo l’uso che se ne può fare”.
Si diffonde l’uso di Chat Gpt nelle aziende
L’intelligenza artificiale è già entrata in molte aziende, anche del territorio, per sbrigare con una certa velocità il ‘lavoro sporco’ (quello più noioso e ripetitivo) ottimizzando la produttività e aiutando a sopperire a problemi di mancanza di personale.
“Chat Gpt è un generatore di contenuti: attinge dal web e dalle informazioni fornite dagli utenti stessi del chatbot – prosegue Bozzo – . Per fare alcuni esempi, può essere usata per compilare un contratto di fornitura, una lettera di contestazione, o ancora per comporre file di log di software. Ciò che le aziende trascurano è che nel momento in cui, per fare tali operazioni, le si forniscono dati e notizie, questi diventano di proprietà del mezzo, e saranno dunque disponibili a chiunque. Questi dati infatti non sono coperti in alcun modo da copyright o tanto meno da segreto industriale”.


L’esempio di Samsung
Per correre ai ripari dal rischio di fuga di dati, alcuni big del tech come Samsung hanno vietato l’uso di Chat Gpt all’interno dell’azienda. “Si sono accorti che alcuni dipendenti la usavano per completare stringhe di software, per questo è stata dapprima vietata e poi sostituita con un chatbot interno sviluppato ad hoc da e per l’azienda”.
L’altro problema legato allo strumento sviluppato dalla società OpenAI sta nella mancata verifica delle fonti che non vengono citate né tanto meno verificate per generare nuovi contenuti.
Ha fatto il giro del mondo il caso di un avvocato di New York che ha usato Chat Gpt per preparare la sua arringa. Peccato che le sentenze suggerite dalla chat fossero del tutto inesistenti. Non solo l’avvocato in questione è stato ammonito, ma alla luce del fatto lo Stato del Texas ha bandito l’uso del chatbot nei tribunali.
Il proibizionismo non è la soluzione
“Non penso che il proibizionismo sia una soluzione – commenta l’avvocato Bozzo – Vietarla, né tanto meno bloccare il processo tecnologico non porterà nulla. Affinché la tecnologia sia a servizio dell’uomo, e non il contrario, bisogna fare cultura dei mezzi d’intelligenza artificiale, conoscendone tanto i rischi quanto i vantaggi. A mio avviso va sfatato anche il mito che Chat Gpt ruberà posti di lavoro: non solo in futuro la tecnologia aprirà a nuove professioni e specializzazioni, ma questa consentirà di sopperire in certi casi al deficit di offerta nel mondo del lavoro“.
“Ben venga dunque l’uso dell’intelligenza artificiale nelle aziende, a patto che ci si faccia affiancare da consulenti preparati in tema di cyber sicurezza e tutela della privacy, due elementi delicati che vengono alla ribalta quando vengono utilizzate tecnologie come Chat Gpt che, se usata con leggerezza, espone drammaticamente ad attacchi hacker e da fughe di dati che sono l’oro degli anni Duemila, e del futuro. Per tanto formazione, protezione delle reti informatiche (aspetto ancora trascurato da molte aziende) e la consultazione di professionisti sono elementi imprescindibili per le imprese che vogliono stare al passo con i tempi”.
E poi prevenire, è il caso di dirlo, è meglio che curare anche considerando che ad esempio, diffuso inavvertitamente un dato sensibile usando Chat Gpt, far valere i propri diritti davanti ad un giudice diventa assai complesso vista l’assenza, ad oggi, di norme specifiche nell’ambito mutevole e con applicazioni senza confini dell’AI.
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