Un’amicizia di lunga data nata grazie alla comune passione per lo sci, disciplina di cui sono stati “pionieri”, e la montagna.
Cementata in occasione delle Olimpiadi invernali del 1956, a Cortina, dove tra qualche mese, nonostante l’età avanzata e qualche acciacco di troppo, vorrebbero tornare – di nuovo e sempre insieme – per i Giochi olimpici del 2026. A 70 esatti di distanza, mica bruscoli.
Loro sono Sergio Pradal, 95 anni, coneglianese doc, e Italo De Candido, stessa classe 1930, originario di Santo Stefano di Cadore ma nella Città del Cima dal 1950. Per il primo, una vita nella segheria di famiglia (che non a caso aveva il suo mercato principale nel Cadore), per il secondo, orgogliosamente ladino, “regoliere” ampezzano e ufficiale degli Alpini (col grado di tenente colonnello), un lavoro da maestro elementare. Per entrambi, un ruolo prestigioso da soci fondatori del Cai Conegliano.
Li abbiamo incontrati, per un’intervista che è stata uno “slalom” tra ricordi e aneddoti di una vita, proprio a casa di Sergio.
Ci potete raccontare com’è nata la vostra amicizia?
S.P. “L’amicizia per me è nata quando si andava a sciare con la corriera. Poi io e i miei amici andavamo sul Visentin dalla parte del Santa Croce, ci volevano buone gambe, per circa 6-7 ore di cammino”.


I.D.C. “Io invece studiavo a Belluno e andavo su dall’altra parte. Per arrivare dovevi andare giù e passare il Piave”.
S.P. Se lei fa il Fadalto, l’autostrada, vede tutto quel crinale del Visentin. Ecco, noi andavamo su per quella linea là”.
Che esperienza avete vissuto quando siete stati spettatori alle Olimpiadi di Cortina 1956?
S.P. “Ho queste foto (vedi video, ndr) che testimoniano la mia esperienza lì, scatti fatti casualmente. Eravamo a prendere la funivia in Tofana, quando arriva un ragazzo che mi sembrava di riconoscere. Era l’austriaco Anton Sailer, vincitore di tre medaglie d’oro nello sci. E la biglietteria voleva fargli pagare la salita! Assurdo per me. Infatti ho piantato su una grana… ed è stata in quell’occasione che mio fratello mi scattò la foto che vedete qui sotto con lui”.


Ancor più rocambolesca, se possibile, l’avventura di Italo a Cortina ’56.
I.D.C. “Sono stato lì una settimana e dormivo nella pensione Bernardi, in soffitta per la precisione perché non avevo soldi. Mangiavo di giorno, sempre in soffitta, senza riscaldamento ma con quattro coperte di quelle degli alpini. La figlia della proprietaria, che era innamorata di me, mi ha fatto presentare suo cugino, il quale mi ha accolto nella Cortina Servizi, dandomi la qualifica fittizia di ‘elettricista aggiunto’. Per otto giorni avevo addosso una specie di giacca con appunto la scritta ‘Cortina Servizi Elettricista’. Il che mi garantiva un pass per vedere tutte le gare olimpiche, come effettivamente ho fatto. Senonché una sera, allo Stadio del Ghiaccio, durante la partita di Russia-Canada, si rompe davvero la luce. E l’organizzatore all’altoparlante ha subito detto: ‘Si prega l’elettricista di comparire immediatamente’. Al che mi sono subito girato la giacchetta e sono scappato via (ride, ndr). Questa è stata la mia avventura”.
E adesso magari vorreste tornarci insieme a Cortina, per le Olimpiadi 2026. Potreste lanciare un appello…
S.P. “Eh, sarebbe bello…ma vista l’età e i relativi acciacchi, per me in particolare alle gambe, non la vedo molto facile. Però la voglia ci sarebbe ancora, eccome!”


I.D.C. “Io ho spesso la testa che mi gira e faccio anch’io fatica a camminare ormai, ma le facoltà intellettive ci sono ancora e sarebbe un sogno poterci andare. Chissà che, se saremo ancora qua, non si riesca in qualche modo…”
Com’è cambiato secondo voi il mondo dello sport in generale, e quello olimpico in particolare, in tutti questi anni?
I.D.C. “Noi abbiamo sciato anche al Rolle solo col maglione, perché c’erano poche possibilità e soprattutto non c’era ancora l’uso delle giacche a vento. Io che ne avevo una vinta in una gara a Sappada, ero guardato come un ricco. Per dire di quei tempi”.
S.P. “Anche io lo stesso, sciavo con le braghe alla zuava, un paio di ‘scarponi’ (per modo di dire)…eppure ero felice e contentissimo. Si stava bene, meglio, con poco”.
I.D.C. “Lì, in occasione di quelle Olimpiadi invernali, è cambiato il mondo. In Corso Italia, a Cortina, le signore hanno cominciato a girare in pelliccia ad esempio. La vera fine del periodo del Dopoguerra, in quel territorio in particolare, c’è stata con quei Giochi olimpici del ’56, che avevano fatto diventare l’Italia internazionale proiettandola in una vita più moderna e mondana.
S.P. “Queste Olimpiadi in arrivo ora, invece, non hanno per noi il sapore di quelle del ’56. Anche dal punto di vista logistico è cambiato tutto: all’epoca era tutto svolto in un ‘catino’, adesso invece è tutto sparso, disperso, delocalizzato. Una gara di qua, l’altra di là…così si perde l’essenza dell’evento sportivo a mio avviso”.
I.D.C. “L’allargamento e l’internazionalizzazione dell’evento hanno sì aumentato la nomea, facendo però perdere qualcosa. A noialtri veci tutto ciò crea anche un senso di spaesamento, ci sentiamo disorientati. Una volta, comunque, si godeva di più”.
E come dar loro torto.
(Autore: Alessandro Lanza)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
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