Che noia litigare sui social! Fatelo fare a ChatGPT

Cosa succede quando affidiamo a ChatGPT il compito di rispondere a post che troviamo irritanti sui social network? Un esperimento rivela come gli interlocutori ignorino completamente il dialogo reale. Ironia della sorte, molti non si accorgono nemmeno di parlare con una macchina.

Da un po’ di tempo ho intrapreso un piccolo esperimento: quando incappo in post sui social media che mi lasciano perplesso o contrariato, anziché perdere tempo ed energie a commentare e polemizzare direttamente, lascio che sia ChatGPT a farlo al posto mio. Copio il testo incriminato nella chat, espongo le mie ragioni e faccio generare all’intelligenza artificiale una risposta chiara, logica e puntuale anche con una buona dose d’ironia che non guasta mai. Poi copio il risultato e lo utilizzo direttamente per commentare, sedendomi metaforicamente con “popcorn e bibita” a osservare l’evoluzione della discussione che da quel momento sarà gestita interamente da ChatGPT.

I risultati di questo micro “esperimento sociale” sono notevoli e sorprendenti per diversi motivi. Innanzitutto, ciò che emerge chiaramente è l’assoluta impermeabilità di molti utenti ai contenuti razionali e ben strutturati, indipendentemente dalla loro provenienza umana o artificiale. Le risposte generate da ChatGPT, infatti, sono sempre coerenti, educate e logicamente ineccepibili seppur taglienti e passivamente aggressive. Tuttavia, i miei interlocutori social tendono a ignorare totalmente qualsiasi tipo di argomentazione, replicando con una determinazione quasi granitica nelle proprie convinzioni iniziali.

E fino qui nulla di strano. Ciò che ho notato è che, a causa della naturale propensione di ChatGPT ad adattarsi al punto di vista dell’utente, spesso la persona reale e la macchina finiscono per sostenere concetti identici o estremamente simili, seppur espressi con parole diverse e con un diverso tono. Tuttavia, l’interlocutore dall’altra parte sembra totalmente inconsapevole di questa concordanza, tanto è concentrato esclusivamente sulla difesa ostinata della propria posizione originale, senza concedere spazio ad alcuna reale comprensione reciproca.

Questa dinamica solleva una riflessione importante: quanto siamo effettivamente disposti ad ascoltare e a dialogare sui social (e non solo), e quanto invece cerchiamo solo una conferma delle nostre opinioni preesistenti? L’esperimento suggerisce che, almeno nei contesti online, la predisposizione al dialogo autentico sia meno diffusa di quanto ci piaccia pensare. La gran parte delle conversazioni sembra costruita su binari rigidi, impermeabili a qualsiasi forma di argomentazione contraria, per quanto ben costruita essa sia. Il secondo aspetto interessante riguarda l’inconsapevolezza con cui le persone dialogano con l’intelligenza artificiale.

Nonostante la chiarezza e la “freddezza” delle risposte di ChatGPT, in molti casi nessuno sembra accorgersi che dietro quel profilo potrebbe esserci una macchina invece di una persona. Questo apre scenari intriganti sulla capacità crescente dell’AI di mimare l’interazione umana in contesti quotidiani, e pone domande sul futuro della comunicazione online: fino a che punto l’intelligenza artificiale potrà interagire indistinguibilmente dagli umani?

L’episodio più divertente di questa esperienza è stato senza dubbio commentare, usando proprio ChatGPT, un post polemico (purtroppo ricorrente) che criticava aspramente chi usa ChatGPT per scrivere post su LinkedIn, sostenendo che questi contenuti fossero facilmente riconoscibili e di scarsa qualità.

La scena è diventata surreale quando l’autore del post, autoproclamatosi esperto nella capacità di distinguere un testo scritto da umani rispetto a quelli generati dall’AI, non si è minimamente accorto che stava litigando da circa un’ora proprio con un’intelligenza artificiale e con un essere umano, alla finestra, che sorrideva amaramente.

(Autore: Alessandro Mattavelli – Sistema Ratio)
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