Energia, suolo e innovazione: il futuro sostenibile dei data center italiani

Per capire cosa sta succedendo a Milano con i data center, bisogna prima immaginare cosa sono questi luoghi. Pensate a un enorme magazzino, ma al posto degli scaffali pieni di scatole ci sono file infinite di computer potentissimi chiamati server. Dentro questi server non ci sono oggetti fisici, ma dati digitali: le vostre foto su Instagram, i film che guardate su Netflix, le email che inviate, i documenti che salvate sul cloud, le app che usate ogni giorno. Quando pagate con la carta di credito, quando il medico consulta la vostra cartella clinica digitale, quando chattate con un’intelligenza artificiale, dietro c’è sempre un data center che fa funzionare tutto. Più data center ha un Paese, più può essere indipendente, veloce e competitivo nel mondo digitale. È come avere un’autostrada moderna invece di una strada sterrata.

Il governo italiano ha capito l’importanza strategica di queste infrastrutture e sta lavorando a una legge nazionale che le riconosca esplicitamente come fondamentali per il Paese, allo stesso modo di porti, aeroporti e autostrade. La linea del governo è chiara: i data center sono attività produttive-industriali, vere e proprie fabbriche digitali, non semplici uffici o servizi. L’obiettivo è creare regole uniformi in tutta Italia che stabiliscano dove possono essere costruiti, privilegiando aree già utilizzate in passato e poi dismesse, che nel gergo tecnico si chiamano brownfield. Si punta anche a garantire sostenibilità energetica, riducendo consumi e impatto ambientale, e a proteggere queste strutture da rischi fisici e informatici, visto che sono infrastrutture critiche per la sicurezza nazionale. L’ambizione è anche economica: attrarre investimenti esteri in un settore che secondo le stime potrebbe contribuire dal sei al quindici per cento in più al prodotto interno lordo italiano e generare fino a centocinquantamila posti di lavoro tra diretti e indiretti. In sintesi, il messaggio del governo è: semplifichiamo le regole, diamo certezze agli investitori e acceleriamo lo sviluppo.

Milano però ha scelto una strada diversa. La Città metropolitana di Milano, che comprende centotrenta Comuni nell’hinterland del capoluogo lombardo, ha approvato a maggio del 2025 una variante urbanistica chiamata STTM3 che va in direzione opposta rispetto alla linea nazionale. Invece di trattare i data center come industrie o strutture produttive, Milano li considera preferibilmente come edifici a destinazione direzionale e terziaria, sostanzialmente come se fossero palazzi di uffici. Questa scelta, che può sembrare solo una questione burocratica, ha conseguenze economiche pesantissime. I costi per costruire un data center nell’area milanese aumentano dal dieci al quindici per cento, mentre gli oneri di urbanizzazione raddoppiano. Per un’azienda che vuole investire centinaia di milioni di euro in una di queste strutture, significa trovarsi davanti a spese molto più alte rispetto ad altre città europee come Francoforte, Dublino o Amsterdam, che sono già hub consolidati per i data center.

La variante milanese ha anche l’obiettivo, condivisibile, di disincentivare il consumo di nuovo suolo e preferire il recupero di aree dismesse, in linea con le direttive europee sulla sostenibilità ambientale. Il problema è che la disponibilità di queste aree è limitata, e questo crea un collo di bottiglia. Chi ha già acquistato terreni classificati come produttivi si trova costretto a richiedere un cambio di destinazione d’uso, con tutti i tempi burocratici che questo comporta. Chi invece volesse comprare direttamente strutture classificate come direzionali e terziarie si trova davanti a una scarsità di offerta che rischia di far lievitare i prezzi in modo speculativo. Il risultato è un doppio disincentivo: lungaggini burocratiche da un lato, costi potenzialmente esorbitanti dall’altro.

Gli operatori del settore sono preoccupati non solo per Milano, ma per l’effetto domino che questa scelta potrebbe innescare. Se altre città italiane dovessero seguire l’esempio milanese, si creerebbe un mosaico di normative locali diverse che rallenterebbero lo sviluppo nazionale del comparto proprio mentre il governo cerca di accelerare. Milano, che grazie alla sua posizione geografica e alle sue infrastrutture di rete è considerata uno dei luoghi più promettenti d’Europa per i data center, rischia paradossalmente di perdere questa opportunità a causa di regole troppo stringenti e costi troppo elevati.

La questione è complicata anche dal fronte ambientalista. Legambiente Lombardia ha presentato ricorso al tribunale amministrativo contro l’autorizzazione per un data center in un’area verde di quasi dodici ettari a Bollate, sostenendo che l’area metropolitana milanese ha già sacrificato troppo suolo a edifici e infrastrutture. Secondo l’associazione, i nuovi poli tecnologici dovrebbero sorgere esclusivamente su aree dismesse, non su terreni verdi. È una posizione legittima, ma che si scontra con le necessità di sviluppo economico e tecnologico.

I Comuni dell’area metropolitana si trovano ora davanti a un dilemma difficile. Da un lato, gli oneri di urbanizzazione più alti significano maggiori entrate nelle casse comunali. Dall’altro, costi troppo elevati potrebbero far scappare gli investitori verso altre destinazioni europee, facendo perdere al territorio posti di lavoro qualificati e sviluppo tecnologico. Trovare il giusto equilibrio richiede visione politica e capacità di mediazione tra istanze ambientali, esigenze economiche e competitività internazionale.

La vicenda milanese mette in luce un tema più ampio: come conciliare la protezione del territorio con la necessità di costruire le infrastrutture digitali del futuro. I data center non sono capricci tecnologici, sono la spina dorsale dell’economia digitale. Senza di essi non esisterebbero servizi bancari online, telemedicina, smart working, commercio elettronico, intelligenza artificiale. Sono infrastrutture strategiche quanto le centrali elettriche o le reti di telecomunicazione.

La questione della sostenibilità dei data center è cruciale e non può essere ignorata. Queste strutture consumano enormi quantità di energia elettrica per alimentare i server e per raffreddarli, dato che generano calore continuamente. Un singolo data center di grandi dimensioni può consumare quanto una piccola città. Inoltre richiedono acqua per i sistemi di raffreddamento e occupano spazio sul territorio. È per questo che la transizione digitale deve andare di pari passo con quella ecologica, altrimenti rischiamo di risolvere un problema creandone un altro ancora più grande.

Le soluzioni tecnologiche esistono e stanno migliorando rapidamente. I data center moderni possono utilizzare sistemi di raffreddamento innovativi che riducono drasticamente il consumo di acqua, oppure recuperare il calore prodotto dai server per riscaldare edifici residenziali o industriali nelle vicinanze, trasformando quello che sarebbe uno scarto in una risorsa. Possono essere alimentati interamente con energia rinnovabile, da pannelli solari, pale eoliche o impianti idroelettrici. Possono essere costruiti con criteri di efficienza energetica che riducono gli sprechi e ottimizzano ogni watt consumato. La tecnologia consente anche di progettare data center che si integrano nel paesaggio urbano, recuperando capannoni industriali dismessi, fabbriche abbandonate, aree degradate che tornano così a essere produttive senza consumare nuovo suolo verde.

Il punto è che la sostenibilità non dovrebbe essere un ostacolo allo sviluppo, ma una sua componente essenziale. Le migliori pratiche internazionali dimostrano che è possibile costruire data center altamente efficienti dal punto di vista ambientale senza rinunciare alla competitività economica. Anzi, spesso le soluzioni più sostenibili sono anche quelle più convenienti nel lungo periodo, perché riducono i costi operativi. Un data center che consuma meno energia costa meno da gestire, un data center che recupera il calore genera un’entrata aggiuntiva, un data center che sorge su un’area dismessa non genera conflitti con le comunità locali.

La sfida è realizzare queste infrastrutture nel modo più sostenibile possibile, privilegiando il recupero di aree già utilizzate, riducendo i consumi energetici, minimizzando l’impatto ambientale, ma senza creare ostacoli economici e burocratici che rendano l’Italia meno attraente rispetto ad altri Paesi europei. Serve un approccio equilibrato che non veda sostenibilità e sviluppo come antagonisti, ma come facce della stessa medaglia. Le normative dovrebbero incentivare le soluzioni più verdi, magari riducendo gli oneri per chi adotta tecnologie particolarmente innovative dal punto di vista ambientale, invece di applicare costi uniformemente elevati che rischiano semplicemente di spostare gli investimenti altrove, senza alcun beneficio né per l’ambiente né per l’economia locale.

Mentre il governo lavora a una strategia nazionale che dovrebbe portare chiarezza e uniformità, Milano va per la sua strada. È una scelta legittima nell’ambito dell’autonomia amministrativa degli enti locali, ma il rischio è che questa divergenza crei incertezza proprio nel momento in cui servirebbe maggiore coordinamento. Gli investitori internazionali che valutano dove costruire i loro prossimi data center hanno bisogno di regole chiare, costi prevedibili e tempi certi. Se Milano continua su questa linea, potrebbe scoprire tra qualche anno che gli investimenti sono andati altrove, verso città che hanno saputo bilanciare meglio sostenibilità e competitività. E a quel punto recuperare terreno sarà molto più difficile.

(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata

Related Posts