Oggi, domenica 5 ottobre, si celebra la Giornata Mondiale degli Insegnanti, conosciuta anche come World Teachers’ Day.
Si tratta di una ricorrenza globale, proclamata dall’Unesco nel 1994, in collaborazione con l’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), l’Unicef e l’Education International, dedicata a riconoscere e valorizzare il lavoro fondamentale degli insegnanti in tutto il mondo.
In particolare commemora la firma della Raccomandazione ILO/UNESCO del 1966 sullo status degli insegnanti, un documento fondamentale che definisce diritti, doveri, formazione, condizioni di lavoro e standard professionali per gli insegnanti di tutto il mondo.
Tra i principali obiettivi di questa Giornata, il cui tema ufficiale quest’anno è “riconfigurare l’insegnamento come una professione collaborativa”, il valorizzare il ruolo degli insegnanti nella società, riflettere sulle sfide che affrontano quotidianamente, promuovere migliori condizioni di lavoro e formazione, ed evidenziare il bisogno di un’istruzione equa, inclusiva e di qualità.
Per coglierne al meglio l’essenza, Qdpnews.it è andata al Collegio vescovile Pio X di Treviso per sentire dalla viva voce di due insegnanti, con età ed esperienze diverse, come affrontano oggi il loro delicato ruolo di educatori. Accolti dal preside dell’Istituto superiore, il professor Francesco Mattia Cianci, abbiamo posto ai due docenti, il professor Andrea Motta, insegnante di Economia aziendale, e la professoressa Michela Minucci, insegnante di Lettere, tre domande. Eccole.
Qual è, nella scuola di oggi, il ruolo dell’insegnante come figura educativa?
A.M. “Da un po’ di anni mi piace definire il ruolo del docente come un ‘facilitatore’, perché al di là della questione puramente didattica, noi dobbiamo appunto suddividere le attività in base a quelle che sono le competenze che effettivamente vogliamo che i nostri studenti raggiungano. Perciò non è solo una questione di andare ad insegnare qualcosa, ma proprio anche di personalizzare tutta la didattica in base alle singole esigenze. Al di là di questo, ovviamente, ci sono anche tutte le questioni legate alle problematiche che i vari studenti possono avere su un piano personale, perciò dobbiamo ascoltare e diciamo che la password di questa nostra attività, di questo nostro ruolo, è proprio l’abilità di ascoltare”.
M.M. “La domanda è complessa e interpretare questo ruolo è molto complesso, perché non è più sufficiente quello che magari poteva andare bene fino a qualche anno fa, cioè essere competenti nella propria disciplina e quindi avere dei contenuti da trasmettere e da condividere. È diventato sempre più importante mettersi in gioco come persone, quindi andare oltre la ‘linea di cattedra’ e questo senza perdere autorevolezza, perché i ragazzi hanno comunque bisogno di un punto di riferimento forte che da un lato li rassicuri, dall’altro però anche li tenga, adesso uso questa espressione, ‘sotto controllo’, nel senso che da parte loro è una sfida continua. Provocano e paradossalmente tenendo conto che il mio lavoro dovrebbe essere quello di trasmettere anche nozioni e conoscenze, loro a volte sono meno interessati a questo aspetto del mio lavoro. Poi è anche vero che se riesco a farlo bene, cioè se riesco a trasmettere cose in modo interessante, vedo che in loro si accende anche la luce negli occhi della curiosità”.
Nel rapporto quotidiano con gli studenti, cosa vi gratifica di più e vi fa dire “ho fatto un buon lavoro”?
A.M. “La cosa migliore è proprio vederli crescere, vedere dunque una loro evoluzione su un piano non solo puramente basato sui voti o sulle performance, ma è proprio la loro crescita personale, vedere la loro curiosità che emerge piano piano, lezione dopo lezione e, più in generale, osservare come, soprattutto qui alle superiori, partono che sono di fatto dei bambini, dei ragazzini, e poi diventano degli adulti consapevoli e in grado anche di prendere delle decisioni importanti per la loro vita”.
M.M. “E’ il vedere che la difficoltà dell’approccio iniziale viene poi superata dal piacere di scoprire che l’insegnante ha qualcosa di interessante per loro da dire, da fare. E quindi, quando vedo la luce negli occhi, quando sento il silenzio, che non è il silenzio di chi ha paura che io mi arrabbi se non stanno zitti, perché non alzo mai la voce, e infine vedo che hanno scoperto qualcosa che prima non sapevano e mi guardano come dire, ‘beh questa è una cosa che ci piace’, allora quella è una bella soddisfazione”.
Capitolo tecnologia: sappiamo che cellulari e social hanno molto ridotto la soglia di attenzione dei giovani. Qual è il vostro orientamento su questo, anche alla luce delle recenti disposizioni ministeriali?
A.M. “Noi sicuramente abbiamo dovuto rivoluzionare la didattica, adattandoci di fatto a questa soglia dell’attenzione che effettivamente è più ridotta rispetto alle generazioni precedenti. La soluzione però non è di sicuro andare a bandire tutti gli strumenti tecnologici, perché questi ultimi di fatto saranno il loro futuro anche all’interno del mondo lavorativo, perciò dovranno essere in grado di saperli gestire. Dunque il ruolo fondamentale che abbiamo noi, come scuola, è quello di far capire che dovranno utilizzare la tecnologia come uno strumento appunto e dunque non essere passivi davanti a social piuttosto che pc e intelligenza artificiale, ma dovranno guidare l’intelligenza artificiale e utilizzarla a proprio vantaggio”.
M.M. “Io che insegno ormai da diversi anni, molti vero, non posso certo dire di non aver notato che questo è un problema che sta crescendo in maniera davvero preoccupante, nel senso che la capacità di concentrazione da parte loro è sempre meno. Questo ci impegna anche sul fronte del trasmettere contenuti, facendo tante pause. Non possiamo più pretendere di fare la lezione di tre quarti d’ora e che la loro attenzione resti costante per un arco così lungo di tempo, quindi bisogna anche proprio rivedere la modalità di lezione. Detto questo poi, sempre l’aspetto tecnologia impegna anche noi, impegna anche me soprattutto, che non appartengo a quella generazione che è nata con i dispositivi tecnologici fra le mani. Io ho dovuto imparare a usare un computer, a usare un iPhone, a usare una casella di posta o una classroom. Quindi bisogna sempre aggiornarsi e stare al passo, imparare con loro. Ma almeno questo mi impedisce di annoiarmi”.
(Autore: Alessandro Lanza)
(Foto e video: Alessandro Lanza)
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