Api in pericolo: quando la Sostenibilità diventa una sfida complessa

Immaginate di perdere quasi un terzo delle vostre api ogni inverno. Non è uno scenario ipotetico: è la realtà che gli apicoltori canadesi hanno affrontato tra il 2015 e il 2023, con una perdita media del 27,6% delle colonie durante la stagione fredda. E la tendenza, purtroppo, è in crescita.

Questi piccoli insetti, fondamentali per l’impollinazione e quindi per la nostra agricoltura, stanno lanciando un segnale d’allarme che riguarda tutti noi. Ma ciò che rende questa storia particolarmente interessante è il paradosso che emerge da un recente studio pubblicato su Nature Sustainability: a volte, fare la cosa giusta può avere conseguenze inaspettate.

Nel 2018, il Canada ha fatto quello che sembrava sensato: limitare l’uso indiscriminato di antibiotici in agricoltura per combattere la resistenza antimicrobica, una delle maggiori minacce per la salute globale. L’obiettivo era nobile e la risposta immediata: l’uso di antibiotici come l’ossitetraciclina e la fumagillina negli alveari è crollato dal 50% al 25%. Ma ecco il colpo di scena: mentre l’uso di antibiotici diminuiva, la mortalità delle api aumentava. Come mai?

La spiegazione sta in anni di dipendenza. Le api avevano fatto affidamento su questi trattamenti per proteggersi da malattie come la peste americana e la nosemosi. Togliere improvvisamente questa “stampella” senza offrire alternative efficaci ha lasciato le colonie vulnerabili. È come se anni di uso frequente di antibiotici avessero alterato il microbiota delle api, creando paradossalmente una dipendenza da questi farmaci per mantenere la salute delle colonie.

Ma c’è un altro protagonista in questa storia, forse ancora più insidioso: il biossido di azoto, un comune inquinante prodotto principalmente dai gas di scarico diesel. Il meccanismo è tanto elegante quanto preoccupante. Il biossido di azoto reagisce chimicamente con i profumi dei fiori, degradandoli. Per noi umani può sembrare un dettaglio, ma per le api è catastrofico: questi insetti si affidano completamente al loro olfatto per trovare cibo. Quando gli odori floreali vengono alterati dall’inquinamento, l’efficienza di foraggiamento delle api può crollare fino all’83-90%.

Pensateci: un’ape che non riesce a trovare i fiori è come un corriere senza GPS in una città sconosciuta. Durante l’estate, quando dovrebbero accumulare scorte per l’inverno, le api faticano a raccogliere nettare e polline sufficienti. Risultato? Quando arriva il rigido inverno canadese, le colonie non hanno abbastanza riserve per sopravvivere.

Lo studio ha analizzato oltre 119.000 dati raccolti da 234 località diverse in Canada, incrociando informazioni su uso di antibiotici, inquinamento atmosferico, clima e mortalità delle api. I risultati mostrano che non c’è un unico colpevole, ma una “tempesta perfetta” di fattori che si combinano. L’inquinamento da biossido di azoto emerge come il più forte predittore ambientale di mortalità, mentre la riduzione degli antibiotici risulta associata a maggiore mortalità in assenza di alternative valide. A questi si aggiungono le nevicate abbondanti, che rendono gli inverni più rigidi e aumentano le perdite, e le temperature, con effetti complessi e talvolta contro-intuitivi.

C’è persino il sospetto di un “doppio colpo”: l’esposizione al biossido di azoto degrada gli odori floreali, mentre gli antibiotici possono compromettere la memoria olfattiva delle api. Insieme, questi due fattori potrebbero agire in sinergia, devastando la capacità delle api di trovare e ricordare dove si trova il cibo.

Questa storia ci insegna una lezione fondamentale sulla sostenibilità: le soluzioni semplici raramente funzionano per problemi complessi. Non possiamo proteggere le api cambiando solo le pratiche all’interno degli alveari se non affrontiamo anche le minacce esterne come l’inquinamento atmosferico. La strada da percorrere richiede un approccio integrato, quello che gli esperti chiamano “One Health” (Una Sola Salute): la consapevolezza che la salute degli animali, degli esseri umani e dell’ambiente sono indissolubilmente legate.

Invece di tornare all’uso massiccio di antibiotici, gli scienziati propongono alternative più sostenibili. I probiotici naturali, per esempio, utilizzano batteri benefici dell’acido lattico che possiedono proprietà naturali contro i patogeni. È come ripristinare l’equilibrio naturale del microbiota delle api invece di sterminare indiscriminatamente tutti i microbi. Parallelamente, si stanno sviluppando programmi di selezione genetica per creare api naturalmente più resistenti alle malattie, come l’acaro Varroa destructor.

Ma le soluzioni non possono limitarsi agli alveari. È fondamentale la mitigazione dell’inquinamento atmosferico, specialmente quello da biossido di azoto prodotto dai veicoli diesel. Non è solo una questione di salute umana, ma anche di protezione degli impollinatori. Allo stesso tempo, serve un monitoraggio integrato che tenga d’occhio non solo l’uso di pesticidi e antibiotici, ma anche l’esposizione a inquinanti atmosferici e le condizioni climatiche.

La storia delle api canadesi ci ricorda che la sostenibilità non è un obiettivo semplice da raggiungere con una sola mossa. È un equilibrio delicato che richiede di considerare l’intero ecosistema: quello che accade sulle strade trafficate influenza ciò che succede nei campi di fiori, che a sua volta determina se le api sopravviveranno all’inverno. Proteggere le api significa proteggere i nostri ecosistemi e, in ultima analisi, noi stessi. Perché in natura, come nella vita, tutto è connesso. E la vera sostenibilità nasce dalla comprensione di queste connessioni, non dalla loro semplificazione.

(Autore: Paola Peresin)
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