Tovena e il mistero del capitano Monti: un enigma di guerra tra le vie del borgo

Passeggiando oggi per il piccolo borgo di Tovena, ai piedi del San Boldo, è difficile immaginare che tra queste case e lungo questi sentieri si intreccino, almeno secondo alcune ricostruzioni, le vicende della Resistenza locale con la grande storia del Novecento e con il nome di Josef Stalin. Eppure è proprio qui che prende forma l’enigma del capitano Monti, un georgiano caduto in Vallata nel 1945, il cui corpo scomparso dal cimitero e la cui identità hanno alimentato, negli anni, l’ipotesi che potesse essere addirittura Jakov, il figlio primogenito del dittatore sovietico.

Per avvicinarsi a questa storia bisogna tornare all’estate del 1944. Secondo le testimonianze raccolte da Rinaldo Dal Mas nel volume “Sui sentieri della memoria”, nel luglio di quell’anno due russi provenienti da Conegliano raggiunsero Santa Ottilia, a nord dell’abitato di Tovena, dove i partigiani del Battaglione Farnese avevano trasformato due casere in accampamento. Durante un primo interrogatorio sommario, uno dei due si presentò come capitano dell’Armata Rossa, l’altro come maresciallo al suo seguito.

Il maresciallo, che si faceva chiamare Peter, viene descritto come un uomo alto, biondo, dal carattere aperto e socievole. Diverso il profilo del capitano: un uomo di media statura, dalla pelle olivastra, colto e riservato, con un’aria malinconica. Diceva di essere un ufficiale sovietico fuggito da un campo di concentramento. Ai partigiani che lo accolsero venne naturale attribuirgli un nome di battaglia italiano: Monti. Uomo d’azione e di poche parole, Monti si unì ben presto alla Brigata Piave, dove conobbe il “Barba”, leggendario combattente della zona riconoscibile per la lunga barba rossiccia e per la sua fama di guerriero instancabile, sempre armato e carico di munizioni.

Nell’autunno del 1944 i due georgiani, insieme ad altri partigiani, furono ospitati in una cascina a Refrontolo di proprietà della famiglia Liessi. Proprio lì nacque il legame tra il capitano Monti e Paola Liessi, da cui sarebbe nato un figlio che il padre non conobbe mai. Al bambino fu dato il nome di Giorgio e, poiché la madre era nubile, egli assunse il cognome del nonno materno, diventando Giorgio Zambon. Questa trama familiare, in cui si intrecciano guerra, affetti e segreti, tornerà più volte nelle ricostruzioni successive.

L’epilogo della vicenda di Monti si consuma il 6 febbraio 1945. Dopo duri scontri, un piccolo gruppo di partigiani si ritrovò quasi senza armi né munizioni: ne facevano parte Monti (identificato come Giorgi Varazashvili), il Barba (Giovanni Morandin), Castelli (Giuseppe Castelli) e due alpini prelevati dal presidio di Tarzo. Proprio l’occupazione di quella guarnigione scatenò una violenta rappresaglia fascista. Squadre armate e reparti collaborazionisti istituirono un vero e proprio cordone sanitario intorno alle colline tra Refrontolo, Formeniga, Tarzo e Corbanese, con posti di blocco su strade e sentieri, seguiti da un rastrellamento sistematico.

Sopraffatti da un nemico numeroso e ben equipaggiato, i partigiani decisero di sganciarsi e dirigersi verso Vittorio Veneto. In località Piai, sulle Perdonanze, furono però intercettati da uno squadrone. Per non cadere vivi nelle mani degli avversari, Monti e il Barba si tolsero la vita facendo esplodere una bomba a mano. I militi della M.A.S., esaltati per quella che consideravano una vittoria esemplare, trascinarono i corpi su carriole da letame chiamandoli “briganti”. Castelli venne catturato, condotto in caserma a Vittorio Veneto e successivamente fucilato in piazza Ettore Muti, oggi piazza San Michele di Salsa. Le spoglie del capitano Monti, secondo le testimonianze partigiane, furono sepolte appena fuori dal cimitero di Tovena. Qdpnews

È qui che il visitatore, fermandosi davanti al camposanto del borgo, entra nel cuore del mistero. Quando il figlio Giorgio raggiunse i diciassette anni, decise di trasferire la salma del padre all’interno del cimitero. Il luogo della sepoltura era stato segnato piantando un cipresso, quindi era difficile sbagliarsi. Eppure, al momento dell’esumazione, del corpo non fu trovata traccia. Il custode dichiarò di aver notato, qualche tempo prima, strani movimenti notturni proprio in quel punto, con un’automobile che, dopo una sosta sospetta, si allontanò a tutta velocità verso il passo del San Boldo. Da allora la scomparsa del cadavere del capitano Monti rimane una delle ombre più inquietanti legate a Tovena.

Per capire perché su questa figura si sia costruito un vero enigma, occorre confrontare la memoria locale con la biografia ufficiale. Secondo le fonti georgiane, il capitano Monti corrisponderebbe a Giorgi Varazashvili, nato il 12 maggio 1914 in una povera famiglia di contadini. Diplomato nel 1940 presso l’Accademia di Stato di Tbilisi, si specializzò in scultura. Nello stesso anno si arruolò nell’Armata Rossa e, durante la Seconda guerra mondiale, fu catturato nel 1943 e internato in un campo di concentramento, dal quale sarebbe fuggito nel 1944 per unirsi ai partigiani.

Alla luce dei ricordi di chi lo conobbe in Vallata, però, alcuni dettagli non coincidono. Nella biografia georgiana si legge che Varazashvili aveva mezzo dito dell’indice amputato, nonostante ciò fosse in grado di modellare la creta. Nelle fotografie che ritraggono il capitano Monti durante la Resistenza non si nota alcuna amputazione e Paola Liessi, che ricordava bene le ferite dell’uomo – in particolare una alla spalla – non menzionò mai un difetto alla mano. Inoltre dalle fonti georgiane emerge che Giorgi era un semplice soldato e non un capitano d’artiglieria, grado che invece Monti rivendicava quando parlava con i compagni.

Nel dicembre 1988 un nuovo tassello si aggiunse al mosaico. Bartolomeo De Zorzi, personaggio legato ai servizi segreti italiani, scrisse una lettera a Giorgio Zambon dichiarando di voler fare chiarezza. Nella sua versione, la piastrina di riconoscimento di Giorgi Varazashvili sarebbe stata usata dal capitano Monti per assumere un’identità non sua. Da qui prende forza l’ipotesi che dietro quel nome si celasse qualcun altro. Negli anni Sessanta cominciò a circolare una ricostruzione ardita: il capitano Monti potrebbe essere stato in realtà Jakov, il figlio di Stalin. Una teoria che lo scrittore Lucio Tarzariol ha rilanciato nel libro “Jacov figlio di Stalin partigiano in Italia”, raccogliendo documenti e testimonianze a sostegno.

Ricostruire la vicenda di Jakov significa allontanarsi per un momento dai sentieri di Tovena e seguire un filo che parte dalla Georgia e arriva ai Lager nazisti. Jakov Iosifovič Džugašvili, questo il suo nome completo, nacque nel 1907. La madre morì di tifo pochi mesi dopo il parto e il bambino fu cresciuto dalla zia materna a Tbilisi. A quattordici anni si trasferì a Mosca per imparare il russo e proseguire gli studi, vivendo con il padre Stalin e con la seconda moglie di lui, Nadežda Allilueva. I rapporti familiari furono sempre difficili; a un certo punto il ragazzo, esasperato, tentò il suicidio con un colpo di pistola alla testa, riportando soltanto ferite lievi. La frase gelida attribuita a Stalin – “Non sa nemmeno sparare diritto” – è rimasta nella memoria come segno della durezza del dittatore.

A un ricevimento Jakov conobbe la ballerina ebrea di Odessa Yulia Meltzer, che divenne sua moglie e madre dei suoi due figli. Allo scoppio della guerra si arruolò nell’Armata Rossa. Nel 1941, durante la battaglia di Smolensk, fu catturato dai tedeschi, internato prima ad Hammelburg, poi trasferito a Lubecca e infine nel campo di concentramento di Sachsenhausen. I nazisti tentarono di usarlo come pedina di scambio, proponendo di liberarlo in cambio di un alto ufficiale, forse perfino un parente di Hitler; Stalin rifiutò, affermando di non poter scambiare un generale con un tenente e ribadendo che il figlio non era diverso dai milioni di soldati sovietici fatti prigionieri. Convinto che Jakov si fosse arreso, lo considerò un traditore e incarcerò anche la moglie, accusandola di averlo spinto alla resa.

La sorte di Jakov nel campo è avvolta da incertezze. Le versioni ufficiali parlano della sua morte a Sachsenhausen nell’aprile del 1943, ma le modalità cambiano a seconda delle fonti: per la propaganda tedesca sarebbe rimasto folgorato contro la recinzione elettrificata durante un tentativo di fuga; per alcuni documenti del Dipartimento della Difesa statunitense sarebbe stato ucciso dalle guardie mentre correva verso il muro di cinta senza obbedire all’alt; altri ancora, tra cui articoli del Sunday Times e del Telegraph, sostengono la tesi del suicidio volontario contro il filo spinato. In ogni caso, il corpo di Jakov non è mai stato rintracciato con certezza, e questa assenza ha alimentato letture alternative della sua fine.

Secondo Tarzariol, Jakov sarebbe riuscito a fuggire dal Lager, passando per la Serbia e giungendo infine in Italia sotto l’identità di Giorgi Varazashvili, diventando il capitano Monti che combatterà sulle colline trevigiane. A sostegno di questa lettura lo studioso richiama una serie di indizi: la forte somiglianza fra le fotografie del partigiano Monti e quelle del figlio di Stalin, il ritrovamento nel portafoglio del capitano di alcune immagini di famiglia che ricorderebbero da vicino le foto pubbliche dei Džugašvili, le allusioni di Peter alle “belle foto” che Monti portava sempre con sé. Per quale ragione, si chiede Tarzariol, conservare con tale cura fotografie di una famiglia se non è la propria?

Anche la scomparsa del corpo da Tovena rientra in questo quadro. Ha senso trafugare, nel cuore della notte, la salma di un semplice soldato georgiano, figlio di contadini? A molti abitanti pare più plausibile che dietro quel gesto ci fosse la consapevolezza di un’identità più ingombrante. Non passano inosservate, inoltre, le delegazioni provenienti dalla Georgia che, negli anni, avrebbero reso omaggio alla tomba del capitano Monti, attenzioni che sembrano sproporzionate per un partigiano come tanti, pur caduto per la libertà.

Altri dettagli contribuiscono a rendere la figura di Monti ancora più sfuggente. Testimoni hanno ricordato la sua perfetta padronanza di cinque lingue e la formazione culturale superiore, tratti compatibili con la biografia di Jakov. Paola Liessi sostiene che la calligrafia del capitano, in una dedica scritta sul retro di una fotografia destinata al partigiano Parco, presenti analogie con quella attribuita al figlio di Stalin, al punto che la firma riporterebbe chiaramente il nome “Jacov”. La stessa donna ricorda come, parlando della propria famiglia, Monti accennasse a una sorella di nome Svetlana, proprio come la figlia femmina del dittatore sovietico. Anche la ferita alla parte alta della spalla, evidenziata da Paola, coinciderebbe con una lesione conosciuta nella storia di Jakov.

Un altro elemento che incuriosisce chi oggi ricostruisce la vicenda riguarda i rapporti con l’Ambasciata sovietica in Italia. Paola raccontò di ripetute visite a casa Liessi da parte di funzionari interessati al figlio Giorgio, pressioni tali da convincerla a cambiare abitazione. In una occasione, una segretaria dell’Ambasciata russa avrebbe addirittura proposto di portare il ragazzo a studiare in Unione Sovietica. Perché tanto interesse per il figlio di un presunto semplice partigiano? La domanda ritorna, inevitabile, soprattutto se si considera il possibile valore simbolico di un nipote di Stalin. Negli anni Settanta la famiglia Zambon intraprese vari viaggi in Unione Sovietica, prima e dopo l’era Gorbaciov, nel tentativo di dare fondamento alla presunta parentela. Fu persino incaricato un deputato georgiano di seguire il caso, ma senza risultati definitivi.

Oggi, chi visita Tovena e percorre i suoi vicoli, chi si ferma davanti al cimitero o sale verso Santa Ottilia e i luoghi della Resistenza, può guardare questi paesaggi con un’attenzione diversa. Tra le lapidi, i cipressi e le case raccolte attorno alla chiesa, si intrecciano la storia locale dei partigiani del Battaglione Farnese e della Brigata Piave e le grandi vicende del secolo scorso, dal fronte russo ai Lager nazisti, dai palazzi del potere sovietico alle famiglie di queste valli.

Rimane aperta la domanda, tanto affascinante quanto difficile da sciogliere: perché non è mai stato effettuato un esame del Dna su Alessandra Zambon, nipote del capitano Monti, che potrebbe contribuire a chiarire una volta per tutte la sua identità? In attesa di una risposta, una sola certezza accompagna il visitatore che si affaccia su questo pezzo di memoria: un georgiano con il nome di battaglia di capitano Monti è venuto a morire in Vallata per la libertà di tutti. Che fosse o meno Jakov, figlio di Stalin, non toglie nulla al valore del suo sacrificio, che continua a dare spessore alla storia di Tovena e dei suoi sentieri.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: archivio qdpnews.it )
(Articolo, foto e video di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata

Finanziato dall’Unione Europea
Next GenerationEU - PNRR Transizione Ecologica Organismi Culturali e Creativi

Related Posts