La miniera bianca del Lierza: santuario nascosto tra Cison e il Molinetto della Croda

Chi percorre il sentiero che dal Molinetto della Croda risale verso l’interno della vallata del Lierza entra in una zona dove, in pochi passi, si concentrano milioni di anni di storia geologica. Qui il torrente segna il confine tra i territori di Refrontolo, Pieve di Soligo, Tarzo e Cison di Valmarino, creando un piccolo anfiteatro naturale in cui rocce, acqua e vegetazione raccontano come si è formato questo paesaggio.

Proseguendo oltre il ponticello che molti visitatori conoscono, lo sguardo viene catturato da una grande parete rocciosa. È in queste viscere, nella zona di C. Rossi–Caneve de Ronch, che si apre una cavità nascosta, lontana dai percorsi più battuti e protetta proprio dalla sua posizione appartata. Si tratta di quella che, con buona ragione, viene descritta come la miniera più affascinante dell’Alta Marca Trevigiana: un ambiente sotterraneo in cui le concrezioni candide sembrano quasi un omaggio della natura al lavoro duro dei minatori che qui scavarono in cerca di carbone.

La vita di un tempo in queste contrade era strettamente legata alle stagioni. Gli anziani ricordano come, nei periodi di gelo, alcune famiglie salissero fino al costone roccioso per raccogliere le stalattiti di ghiaccio che si formavano numerose lungo la parete. Erano blocchi imponenti, destinati a durare anche diversi giorni dopo la fine delle gelate: venivano frantumati e utilizzati come ghiaccio naturale per conservare gli alimenti o per impacchi e semplici rimedi medici casalinghi. Un uso quotidiano e ingegnoso di ciò che la montagna offriva, in un’epoca senza frigoriferi né medicine facilmente reperibili.

Per capire perché proprio qui si trovi una miniera, bisogna fare un salto indietro nel tempo. Dodici milioni di anni fa, l’area oggi attraversata dal Lierza era occupata da una vasta laguna. I corsi d’acqua trasportavano verso il bacino grandi quantità di materiale vegetale, soprattutto tronchi e rami strappati ai boschi da nubifragi violenti. Questo deposito veniva lentamente coperto dai sedimenti e protetto dall’acqua salmastra, che impediva una completa decomposizione: col passare dei millenni, la pressione e le trasformazioni chimico-fisiche lo hanno convertito in giacimenti di carbone. L’erosione ha poi fatto il resto, consumando strati di roccia e lasciando affiorare i segni di questa lunga storia, fino a rendere interessanti, per l’uomo, le potenzialità minerarie della zona del Molinetto.

Quando si entra nella miniera vicino all’ansa del ruscello si ha l’impressione di trovarsi ai piedi di un piccolo altare naturale. La luce della torcia, tagliando il buio, rivela subito una serie di gradini formati da concrezioni sovrapposte. Sono superfici lucide, quasi color ambra, costantemente bagnate da gocce d’acqua che scendono ininterrotte dalla volta. Ogni scalino sembra scolpito nel tempo, levigato da uno stillicidio che non si è mai interrotto e che continua a costruire, goccia dopo goccia, nuovi depositi.

Più all’interno le pareti cambiano aspetto e tonalità. Intere sezioni appaiono compatte, lisce e perfettamente bianche, mentre a terra si formano piccole vasche e disegni naturali riempiti d’acqua, come un mosaico in perenne trasformazione. A creare queste forme intrecciate è un fenomeno tipico delle rocce calcaree: il carbonato di calcio, di cui la parete è composta, si scioglie nell’acqua arricchita di anidride carbonica trasformandosi in un bicarbonato solubile. Quando l’acqua ristagna o evapora, l’anidride carbonica si disperde e il bicarbonato torna a precipitare come carbonato di calcio, costruendo progressivamente nuove concrezioni bianche. La miniera diventa così una sorta di laboratorio geologico a cielo coperto, dove è possibile vedere “in diretta” il ciclo della roccia che si scioglie e si ricompone.

La storia mineraria del luogo è stata ricostruita anche grazie alle testimonianze raccolte da Celeste Da Lozzo, profondo conoscitore di questa zona. Dai suoi racconti emerge come, in passato, l’apertura di gallerie nel banco di roccia solida fosse considerata più sicura rispetto agli scavi nel tufo, materiale molto più fragile. Dove la roccia compatta mancava, come in una galleria sulla Croda del Mus, le difficoltà aumentavano notevolmente: la pressione del costone spingeva sulle pareti e la montagna sembrava “scendere” verso l’interno. Per evitare cedimenti bisognava asportare regolarmente porzioni del fianco, in alcuni casi anche una volta alla settimana, mentre gli uomini lavoravano all’interno, in condizioni che oggi appaiono impressionanti.

Oggi questa miniera di Cison di Valmarino resta un luogo poco conosciuto anche da chi vive non lontano dal Molinetto della Croda. Raggiungerla non è semplice: occorre attraversare il ruscello, prestare attenzione al terreno scivoloso, muoversi con passo sicuro. Non è quindi un itinerario adatto a tutti, ma proprio questa difficoltà d’accesso ha contribuito, fino ad ora, a preservarne il fascino.

Per chi ama esplorare, l’invito è ad avvicinarsi con grande rispetto, evitando di lasciare tracce del proprio passaggio e rinunciando a qualsiasi tentativo di asportare frammenti di concrezione o di modificare l’ambiente. La bellezza di questa “cattedrale di roccia” sta nella sua integrità: gradini ambrati, pareti candide, giochi d’acqua e di luce che raccontano, in pochi metri, una storia che parte da un’antica laguna e arriva fino ai giorni nostri. Trattata con cura, potrà continuare a sorprendere molti altri visitatori, diventando una tappa preziosa per chi sceglie di conoscere il territorio di Cison di Valmarino anche nei suoi angoli più nascosti.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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