Tre luoghi da ritrovare tra Miane, Sernaglia e Tarzo

La chiesetta campestre di San Pietro a Miane, la Filanda Collalto – Frezza – Amadio a Sernaglia, la chiesa di San Piero alle Rive a Tarzo

In molte località dell’Alta Marca ci sono edifici che hanno accompagnato per secoli la vita delle comunità e che oggi rischiano di passare in secondo piano. Il magazine Eventi Venetando ha deciso di dedicare una rubrica proprio a questi luoghi “dimenticati” o poco conosciuti, chiedendo alle Pro Loco consorziate di segnalare un sito che meriterebbe più attenzione e che, se valorizzato, potrebbe diventare interessante anche per chi arriva da fuori. Con il contributo del professor Enrico Dall’Anese, di Gianantonio Geronazzo e di altri studiosi del territorio, sono stati scelti tre luoghi da riscoprire tra Miane, Sernaglia della Battaglia e Tarzo, legati alla storia religiosa, produttiva e devozionale di questi paesi.

A Miane la tappa ideale è la chiesetta campestre di San Pietro, la prima chiesa del paese. Arrivando da Follina, prima di entrare in centro, sulla destra si imbocca via San Piero e, dopo un centinaio di metri tra case e vigneti, appare l’edificio, semplice e raccolto. La sua presenza è documentata indirettamente già nel 1220, mentre la prima attestazione ufficiale risale al 20 febbraio 1232. Altre notizie compaiono negli scritti del Monastero di Follina del 1310 e in un beneficio del 1383 legato a Prè Jacobino da Miane, segno di una presenza religiosa stabile fin dal Medioevo.

Nel corso dei secoli la chiesa è stata più volte modificata. Nel 1708 venne ristrutturata e probabilmente in quell’epoca fu innalzato l’attuale campanile, alto circa diciotto metri. Fino al XVIII secolo l’edificio era circondato da un porticato che serviva da riparo ai pellegrini in transito, tipico elemento degli oratori campestri. La Prima guerra mondiale lasciò qui segni profondi: tra il novembre 1917 e l’ottobre 1918, durante l’occupazione austro-ungarica, la chiesa fu gravemente danneggiata, con la demolizione delle pareti ai lati dell’altare, la distruzione dell’altare stesso, il pavimento compromesso e i serramenti rotti. Venne trasformata prima in stalla per i cavalli, poi in sala cinematografica per la truppa, e in quegli anni fu asportata anche la campana del peso di 65 chilogrammi. Dopo il conflitto furono avviati lavori di ricostruzione, seguiti nel 1976 da un restauro più ampio.

Oggi la chiesetta di San Pietro si presenta come un edificio di circa diciotto metri e mezzo di lunghezza e poco meno di otto di larghezza, con la facciata in pietra bianca rivolta a occidente. L’interno è a navata unica con coro e copertura a capriate scoperte, che le conferiscono un aspetto sobrio e luminoso. L’altare e il tabernacolo, probabilmente settecenteschi, fanno da cornice a un dipinto a olio con i Santi Pietro e Paolo. Sul presbiterio è collocata la tela con la Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo, datata 1898 e firmata con le iniziali A.Z., attribuibile al pittore Andrea Zanzotto, nonno del poeta, che in quegli anni lavorò anche nella chiesa di Campea e in quella delle Serre. Lungo la parete sinistra si trova un’Annunciazione del Seicento, mentre nel coro una decorazione ottocentesca raffigura croci e pissidi entro cornici circolari. Completano l’insieme la Via Crucis disegnata a matita da Margherita De Biasi nel 1975 e la lastra sepolcrale del sacerdote Cristoforo Bortolini al centro della navata. Ogni 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo, vi si celebra la Messa, e nel mese di maggio, ogni sera, la comunità si ritrova per il Rosario, mantenendo vivo il legame tra il paese e questo piccolo oratorio di campagna.

A Sernaglia della Battaglia, la memoria corre invece alla Filanda Collalto – Frezza – Amadio, uno degli edifici che hanno segnato la storia economica e sociale del paese. La distruzione di molti archivi durante la Grande guerra rende oggi difficile ricostruirne con precisione le origini, ma si sa che l’edificio fu costruito probabilmente nel secondo Settecento e apparteneva alla famiglia Collalto. Nell’“Anagrafe Veneta” del 1776 si cita genericamente la presenza di opifici a Sernaglia, e nel primo dopoguerra la proprietà risulta ancora legata al conte Ottaviano Collalto.

Negli anni Trenta del Novecento la gestione passò alla famiglia Frezza e, nel 1936, l’intero complesso fu acquistato da Giuseppe Amadio, nato nel 1875 a Sacile. A lui subentrarono i figli Giuseppe, classe 1907, e Leopoldo, del 1910. Tra le due guerre mondiali la filanda Amadio e lo stabilimento Trinca rappresentarono per molte donne di Sernaglia un’importante occasione di lavoro, spesso l’unica alternativa all’emigrazione. Durante l’occupazione tedesca, Leopoldo fu costretto a tenere in attività l’impianto per produrre filo di seta destinato ai paracaduti; la caldaia funzionava a legna, in un contesto di grande ristrettezza.

Nel dopoguerra, nei periodi di massima espansione, la filanda arrivò a impiegare oltre duecento operaie, occupate nella produzione di matasse di seta grezza a partire dai bozzoli. Alcune lavoratrici giungevano anche da Combai, Guia, Segusino e Vidor: l’azienda provvedeva a trasportarle e riportarle a casa con un furgone, segno dell’importanza che la struttura aveva assunto per tutto il territorio circostante. Negli anni Sessanta la crisi della bachicoltura non segnò la fine dell’attività: si introdusse una nuova fase di lavorazione, la torcitura, affiancata negli anni Settanta dalla tessitura. Solo nel 1981 la filanda chiuse definitivamente, lasciando però un’impronta profonda nella memoria delle famiglie che vi hanno lavorato. Oggi l’edificio conserva ancora il fascino delle sue grandi volumetrie industriali d’altri tempi, richiedendo un progetto di recupero che ne restituisca la storia.

A Tarzo, in località Le Rive, la meta da cercare è la chiesa di San Piero alle Rive, che sorge su un piccolo rilievo da cui lo sguardo abbraccia il paesaggio circostante. Il primo documento che ne attesta l’esistenza è datato 25 ottobre 1377: insieme alla chiesetta di San Martino a Fratta, era legata ai canonici di Ceneda, confermando il ruolo antico di questo luogo nella rete religiosa locale. La posizione, lungo una via di transito, fa pensare che potesse servire da punto di accoglienza per i pellegrini, e in epoca veneziana potrebbe aver funzionato anche come posto di controllo dove esibire la “Fede di sanità”, il documento che attestava lo stato di salute dei viandanti. Le visite pastorali del 1736 registrano una chiesa mantenuta grazie alle offerte dei fedeli, segno di una devozione diffusa e costante.

In tempi più recenti, la chiesetta è stata “adottata” dal Gruppo Alpini di Tarzo, che in più occasioni si è fatto carico dei lavori di restauro e della cura dell’edificio. Durante l’intervento del 1986, l’altare ha ricevuto una nuova pala, dono dell’artista Antonio Bernardi, contribuendo ad arricchire il patrimonio artistico del piccolo oratorio. Oggi la chiesa di San Piero alle Rive è inserita tra i siti di interesse storico lungo il sentiero delle Colline Patrimonio UNESCO, ed è visitabile contattando direttamente gli Alpini di Tarzo, che continuano a custodirla. Anche questo luogo, come la chiesetta di San Pietro a Miane e la filanda di Sernaglia, invita a uno sguardo più attento su un territorio dove storia religiosa, memoria del lavoro e paesaggio si intrecciano in modo discreto ma profondamente significativo.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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