Sembra un paradosso: proprio in questi giorni che conducono al Natale, la festa per antonomasia della letizia e della serenità, per tutti, il dolore appare nei volti e nelle movenze di tante persone a ogni latitudine, nei drammi di vari gruppi sociali, nelle tragedie di intere popolazioni in tante parti del nostro pianeta.
Si tratta di una costante, purtroppo, sempre diversa e sempre uguale a se stessa: ci sono percorsi di vita attraversati dalla fatica, dalla fragilità, dalla sofferenza, e ci sono uomini e donne curvi sul loro dolore, che troppo spesso si riconosce a prima vista, non ha bisogno di tante spiegazioni, non necessita di particolari domande.
Si intuisce questo dolore, si legge nelle pieghe di volti che hanno occhi stanchi e tristi, si percepisce chiaramente negli sguardi assenti e nei gesti lesti, si ascolta nel silenzio di parole che vengono pronunciate scarne e scarse. Mancano una gestualità di relazione, un approccio espressivo, un’attitudine vitale incoraggiante. Non è come quando si è felici, e le dimostrazioni di questa gioia interiore possono essere le più varie, anche entusiaste, cariche di effetti e di attestazioni concrete, dinamiche, espressive fino al punto di diventare effervescenti e contagiose nella loro simpatia e nel loro tratto cordiale ed espansivo.
E non occorre trovarsi in qualche corsia d’ospedale o in una casa per anziani, o comunque in un ambiente di cura e di assistenza a persone con fragilità, dove questi incontri sono soventi, perché malattia e solitudine incrociano qui, più che altrove, l’esistenza delle persone. E’ sufficiente avere uno sguardo profondo, non banale, e un’attenzione sincera per le vite degli altri per accorgersi di questa “umanità dolente” alle prese con nodi complessi e irrisolti che riguardano la salute o le questioni interiori, psicologiche e relazionali di se stessa.
Sono luoghi comuni, spazi urbani, ritrovi consueti e familiari nei quali incrociamo chi soffre con dignità, chi cammina a stento ma senza lamentarsi, chi appare desolatamente solo alla ricerca di un’anima gentile che possa intercettare la sua ansia di compagnia. Se ci pensiamo bene, conviviamo quotidianamente con questa sostanza e immagine di dolore vivo, pungente, scomodo, rappresentato nei volti di uomini e donne che hanno voglia di liberazione da catene e da vincoli che ingessano, bloccano, limitano il dispiegarsi di sogni, progetti, impegni, in pienezza.
Vivono accanto a noi, vicino a noi, a fianco a noi, questi uomini e queste donne che non fanno notizia, sono lontani dai riflettori, affrontano con coraggio le prove non facili di ogni giorno. Che cosa servirebbe, allora, per migliorare la loro vita, e la vita di tutti? Proprio a questo riguardo, la frase “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre” – spesso attribuita a Platone – intercetta un bisogno molto attuale: serve per noi uscire dalla “comfort zone”; “lasciarsi disturbare dal prossimo”, come afferma il giovane intellettuale francese Jean de Saint – Cheron; “condividere il dolore”, espressione della “bellezza che salva il mondo”, come sosteneva il cardinale Carlo Maria Martini.
In giornate dominate da fretta, stress e reazioni impulsive, questa frase funziona come un piccolo “freno” mentale: invita a rallentare, a fare un passo indietro e ricordare che degli altri, quasi sempre, vediamo solo la superficie. Un sorriso forzato, una battuta tagliente, un tono brusco o un silenzio che sembra ostile possono nascondere altro: stanchezza, ansia, insicurezza, preoccupazioni personali, paura di non farcela. È qui che la citazione diventa utile nella vita di tutti i giorni: sposta il baricentro dal “rispondo subito” al “provo a capire”, anche solo quel tanto che basta per non aggiungere ulteriore peso a una giornata già complicata.
Se le prendiamo sul serio, gentilezza ed empatia non restano buone maniere: diventano una scelta pratica da allenare. Aiutano ad abbassare i toni, a prevenire conflitti inutili, a evitare durezza gratuita e costruire relazioni più sane e rispettose – a scuola, al lavoro, in famiglia e online – , un gesto alla volta.
Non sappiamo davvero cosa stanno vivendo gli altri, non conosciamo il dolore che spesso li affligge.
Come detto, sono tanti coloro che portano sulle spalle e dentro il cuore battaglie personali: difficoltà familiari, problemi di salute, ansie, tensioni emotive, responsabilità che pesano più del dovuto. Eppure, nella maggior parte dei casi, queste fatiche non sono visibili. Un gesto frettoloso, una risposta secca o uno sguardo distante possono danneggiare, colpire, ferire, essere l’espressione di qualcosa che non tiene conto della verità di questa “umanità dolente”, anche in questi giorni, soprattutto in questo periodo che prelude al gioioso Natale.
La consapevolezza di questo è già il primo passo per cambiare, in meglio, e per volgere uno sguardo nuovo, diverso, autentico, sentito, verso coloro che attendono di essere ascoltati e compresi nella loro sofferenza. E sarà vita nuova e vita buona, per tutti.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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