Attorno al nome di Bepi Ros, per tutti “la roccia del Piave”, continuano a circolare racconti che mescolano fatti certi e memoria popolare. Dopo la sua scomparsa, avvenuta a 79 anni (giovedì 17 febbraio 2022), in molti a Susegana hanno ripreso a parlare di quegli episodi che, tra ring e vita quotidiana, lo hanno reso una figura riconoscibile ben oltre la boxe.
Uno dei fili più citati è quello che lo lega a Cassius Clay, diventato poi Muhammad Ali, l’icona mondiale dei pesi massimi. In famiglia si ricorda un rapporto nato in Svizzera, dove i due si sarebbero conosciuti e allenati insieme: corse al mattino, quello che oggi chiameremmo jogging, e palestra al pomeriggio. È un frammento che riporta a un periodo preciso, la fine del 1971, quando l’organizzatore svizzero Hui stava preparando per Santo Stefano a Zurigo un grande incontro con Clay, cercando un avversario europeo all’altezza.
Quei giorni, più che nelle chiacchiere, sono raccontati in modo dettagliato nel libro “Bepi Ros la roccia del Piave” del vittoriese Ido Da Ros, ricostruito attraverso i ricordi di Celeste Basei, amico fraterno del pugile e presenza costante durante la carriera, compresa la trasferta svizzera. Il nodo, allora, era semplice e spietato: chi avrebbe accettato, per una borsa da 40 milioni di lire, di salire sul ring contro la “macchina da pugni” più famosa del pianeta, garantendo però un incontro vero e non una chiusura immediata al primo affondo?
Secondo le cronache di quel periodo, gli europei in grado di reggere un match simile erano pochissimi, quattro o cinque. Tra rifiuti e impegni già fissati, la scelta finì su Ros: non per caso, ma per le sue caratteristiche. La fama di incassatore – di uno che sapeva assorbire colpi e restare in piedi – avrebbe potuto assicurare una durata “decente” dell’incontro, rendendolo credibile e degno del pubblico. Eppure, proprio quando l’idea sembrava prendere forma, entrarono in gioco alcune clausole contrattuali che lo convinsero a rinunciare.
Così, al posto di quel confronto leggendario, Ros accettò un match considerato di livello inferiore: una borsa da 7 milioni di lire contro l’americano Mac Foster. L’incontro finì con una sconfitta al nono round, conseguenza di una botta forte alla mandibola incassata già al secondo. Il colpo economico, oltre che sportivo, fu evidente: l’occasione più clamorosa era sfumata, e con essa una somma enorme per l’epoca. È qui che rimane una frase diventata quasi proverbiale tra chi lo conosceva: “Porét son e porét reste”, detta al suo agente, con quell’ironia amara tipica di chi sa ridimensionare tutto, anche una porta spalancata e richiusa in faccia.
Nonostante la rinuncia, la parte più concreta del racconto resta l’incontro umano. In quei giorni, come confermato in famiglia e riportato nel libro, Bepi Ros ebbe modo di conoscere di persona Muhammad Ali e ne parlò come di una persona di modestia e semplicità non comuni. C’è anche un aneddoto che rende bene l’atmosfera: Ali, quando Ros tardava, sarebbe salito in camera a chiamarlo per la corsa del mattino, con una frase rimasta impressa: “Vieni Bepi, è ora di fare footing”. Detto da lui, a uno che si considerava “nessuno” rispetto al campione, suona ancora oggi come un frammento incredibile di normalità.
Poi arrivano le storie che scivolano nel territorio della leggenda, quelle che in paese si raccontano con un mezzo sorriso. Una delle più ripetute riguarda una presunta visita di Ali al bar di Susegana gestito da Ros con la moglie. La famiglia non la conferma, ma non nega il clima di quegli anni: molti campioni passarono davvero a salutare Bepi, e quel locale – per chi lo frequentava – era un punto in cui lo sport entrava nella vita quotidiana senza bisogno di annunci.
Nei giorni del lutto, insieme alle condoglianze, sono riemersi anche i ricordi delle sue vittorie e del modo in cui affrontava il ring. Ido Da Ros ha voluto esprimere vicinanza ai familiari richiamando una frase del campione del mondo dei pesi welter anni ’70 Bruno Arcari, che sintetizza bene la statura di Ros: “Bepi Ros non è stato un grande campione, ma per batterlo bisognava essere grandi campioni”. Una definizione che a Susegana suona quasi come un ritratto: meno retorica, più sostanza, e un rispetto guadagnato col tempo.
L’ultimo saluto a Bepi Ros è stato fissato per lunedì 21 febbraio, alle 10.30, nella chiesa di Santa Maria del Piave, con il santo rosario alle 10. Per chi lo ha conosciuto, resta l’immagine di un uomo capace di attraversare la vita con la stessa resistenza con cui attraversava i round: senza clamore, ma lasciando dietro di sé racconti che continuano a camminare per le strade del paese.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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