Passeggiando in centro a San Pietro di Barbozza, basta poco per imbattersi in una traccia di storia che molti vedono ogni giorno senza davvero leggerla. È un’insegna murale del 1818, dipinta su un edificio in posizione evidente, proprio davanti alle strisce pedonali. Non è un dettaglio decorativo: è un messaggio lasciato lì, nero su bianco, per fissare nella memoria collettiva un periodo vissuto come pesante e ingiusto.
A colpire, prima di tutto, è il tema. Napoleone Bonaparte, celebrato nella letteratura e nell’arte, in questo angolo di Valdobbiadene non viene ricordato come un “mito” lontano, ma come il simbolo di anni duri. La scritta parla dei Francesi che comandavano “in sti paesi”, del costo del grano e della polenta, e chiude spiegando perché fu messa: per ricordare i “bruti ani”. Tra le righe emerge un passaggio diventato quasi proverbiale, quando si cita quel tempo: “un saco de formento… lire cento”. L’iscrizione è firmata con due sigle, P.N.G. e A.V., e attribuisce l’iniziativa a due parrocchiani del posto.


Il contesto aiuta a capire il tono, diretto e senza abbellimenti. Siamo pochi anni dopo la fine dell’impero napoleonico e quindi anche del Regno d’Italia governato dal viceré Eugenio de Beauharnais. Quella lapide, realizzata quattro anni dopo il crollo dell’ordine francese, voleva far passare alla storia un decennio considerato di malgoverno nel Trevigiano, in un momento in cui la successiva dominazione austriaca risultò, per molti, meno negativa di quanto ci si aspettasse.
Le ragioni di quell’avversione vengono indicate con chiarezza. La dominazione francese, qui, è associata a tributi e requisizioni gravosi, alla leva obbligatoria e a una politica doganale che favoriva le importazioni dalla Francia e penalizzava le esportazioni locali. Sono elementi che, in un’economia agricola fragile, si traducono facilmente in fatica quotidiana e in un senso diffuso di ingiustizia. E infatti l’articolo ricorda che gli anni immediatamente successivi alle guerre napoleoniche furono segnati da carestie e da pellagra, malattia legata a un’alimentazione povera, spesso basata quasi solo su polenta di sorgo o di mais.


Dentro questa memoria amara, però, c’è anche spazio per una lettura più completa. Qualcosa di importante venne introdotto: il Codice Civile, la costruzione di uno Stato più laico e formalmente più aperto a fedi diverse, e soprattutto l’Editto di Saint-Cloud, che impose i cimiteri fuori dai centri abitati e stabilì lapidi semplici e uguali per tutti, secondo l’idea rivoluzionaria dell’uguaglianza dei cittadini, al di là del ceto. Anche l’organizzazione del territorio cambiò: dipartimenti, distretti, cantoni e comuni, con una forte centralità della figura del prefetto.
Sul piano locale, questi riassetti toccarono da vicino anche Valdobbiadene. Dal 1805 il Trevigiano entrò nel dipartimento del Tagliamento e, nel 1810, il Comune di Valdobbiadene (con un territorio simile a quello attuale) inglobò Segusino, scelta poco digerita dagli abitanti di Segusino, che più tardi avrebbero riottenuto un proprio Comune nel 1867. Nel tempo seguirono ulteriori scissioni: la stessa San Pietro, insieme a Santo Stefano e Guia, rimase sede municipale fino al 1929.
È anche per questo che quella scritta merita più attenzione di un’occhiata distratta. Dietro l’intonaco e le parole in dialetto ci sono frammenti di vita reale, prezzi, paure, decisioni politiche e conseguenze quotidiane. Valorizzarla non significa celebrarla, ma riconoscerla come ciò che è: una piccola pagina di storia locale lasciata in eredità, perché non venga consumata dall’abitudine e dall’indifferenza di due secoli dopo.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata


Finanziato dall’Unione Europea
Next GenerationEU - PNRR Transizione Ecologica Organismi Culturali e Creativi








