Da Gino e Beppa a Santo Stefano, l’osteria che custodisce l’anima più antica delle colline Unesco

Qui, tra le Colline di Conegliano e Valdobbiadene Patrimonio dell’Umanità, i casoin raccontano l’ossatura del paesaggio. Le osterie storiche, invece, ne tengono accesa l’anima. A Santo Stefano di Valdobbiadene ce n’è una che più di tutte sembra attraversare il tempo senza tradirlo: l’osteria Da Gino e Beppa Gallina, considerata la più antica non solo delle colline UNESCO, ma anche della Sinistra Piave.

La sua storia è lunga e concreta. Nel 1865 la gestiva Pietro Gallina, e allora non si parlava nemmeno di “osterie”: erano punti di riferimento, poi diventati frasche, luoghi semplici dove fermarsi, bere, scambiare due parole e ripartire. L’impressione, entrando, è proprio questa: non un locale “in stile”, ma una piccola bomboniera del passato, ordinata e sobria. In fondo alla sala principale, le vecchie fotografie appese al muro fanno da archivio domestico, più eloquente di molte targhe.

Una delle immagini, sulla sinistra, ritrae Pietro con baffi imponenti e una divisa militare dall’aria ottocentesca. Accanto compare Giovanni, padre di Gino Gallina: è lui che avrebbe portato avanti l’osteria per 55 anni. E poi c’è un dettaglio che sembra messo lì apposta per ricordare che in questo posto le ore non scappano: un orologio antico, ancora funzionante, che continua a scandire il tempo come ha sempre fatto.

A dare voce e sorriso alla casa è Beppa, moglie di Gino, energia viva e ironia pronta. Scherza in dialetto, indicando quel mondo fatto di foto e ricordi, e intanto ti fa capire cos’è davvero l’accoglienza qui: un bicchiere di Cartizze, un tagliere di affettati, un pane che sembra appena sfornato, un caffè corretto al punto giusto. In alto, tra le cornici, indica anche una fotografia diversa dalle altre: un bambino riccioluto. È Gino a sette anni. Lui si avvicina, lei gli si stringe accanto, e per un attimo l’osteria diventa quello che è sempre stata: una storia di famiglia, prima ancora che un’insegna.

la più antica osteria 2

Un’altra foto, quella del cinquantesimo di matrimonio di Giovanni, allunga la memoria fino alla fine dell’Ottocento. L’osteria, raccontano, c’era già durante la Prima e la Seconda guerra mondiale. E oggi è ancora qui. Non per inerzia, ma per scelta. Solo che la sfida più impegnativa, dicono, non è stata il tempo: è la burocrazia. È questa la battaglia che pesa di più, quella che può far chiudere realtà piccole e preziose come questa, proprio mentre tutti parlano di tutela e valorizzazione del territorio.

Il paradosso è evidente: posti così, che tengono insieme identità, lavoro e memoria, rischiano di sparire come se fossero superflui. Eppure, insieme alle altre piccole osterie disseminate tra le colline, rappresentano un patrimonio vero, fatto di persone prima ancora che di panorami. Accanto al locale c’è anche il segno più chiaro del legame tra accoglienza e paesaggio: il vigneto, rimasto lì nel tempo, a ricordare il binomio tra chi apre la porta e chi lavora la vite su pendenze che non perdonano.

Quelle pendenze Beppa le conosce sulla pelle. Quattordici anni fa, durante la vendemmia, perse l’equilibrio e rotolò per decine di metri lungo il pendio. Arrivò l’elicottero del SUEM: non potendo atterrare, fu necessario calare il medico con il verricello, usando anche un fumogeno per indicare con precisione il punto. Si ruppe alcune vertebre, fece dieci giorni di ospedale e poi una convalescenza lenta, paziente. Alla fine si è rimessa in piedi, con la stessa tenacia con cui oggi continua a tenere viva questa osteria.

E forse è proprio questa la sensazione che resta più addosso, seduti a un tavolo: qui si entra in un mondo che sembra appartenere al passato, ma non è un passato finto. È fatto di una tovaglia blu a cuoricini, di una soppressa dal profumo netto, del Cartizze servito nei goti da ombre, e di un caffè con la graspa a chiudere la serata. Scene che sembrano un vecchio film, e che invece sono ancora reali. Per questo non dovrebbero essere lasciate sole: luoghi così andrebbero tutelati come si fa con ciò che è storico, fragile e irripetibile.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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