Le sculture vive della Glera: le viti centenarie che raccontano Valdobbiadene

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Passeggiando tra i vigneti del Conegliano Valdobbiadene capita, ogni tanto, di fermarsi di colpo davanti a una pianta “diversa”. Non è solo più grande delle altre: ha un fusto nodoso, irregolare, quasi scolpito, e un portamento che sembra appartenere a un’altra epoca. Sono le viti secolari di Glera, esemplari rari che sorprendono perfino chi in collina ci lavora da sempre, perché portano addosso i segni della longevità e del tempo che, lentamente, modella ogni cosa.

Queste viti vivono soprattutto nei vigneti storici dell’area, quelli più antichi e “puri”, sulle Colline del Prosecco Patrimonio UNESCO. Con l’enologo Nicola Geronazzo inizia un percorso di scoperta che assomiglia a una visita in un museo a cielo aperto: qui le piante diventano sculture viventi, con curve e torsioni che ricordano opere contemporanee, ma nate dalla pazienza della campagna e da generazioni di mani.

A colpire non è soltanto la forma. Geronazzo spiega che, osservando conformazione e dimensioni del tronco, si parla spesso di viti con più di cent’anni. E c’è un dettaglio quasi incredibile: molte appaiono vuote all’interno. Non è un segno di morte, anzi. Sono piante capaci di “chiudere fuori” la parte malata e di continuare a far scorrere la linfa lungo vie esterne, come se avessero imparato a salvare se stesse, anno dopo anno, senza perdere la forza di produrre.

In collina, però, nulla è semplice. Lavorare queste rive è molto più duro rispetto alla pianura: la pendenza, l’impossibilità di entrare tra i filari con molte macchine agricole, il terreno irregolare, lo sfalcio dell’erba a mano e una lunga serie di piccole difficoltà quotidiane che, sommate, diventano una prova di resistenza. È anche per questo che qui si parla di rive eroiche: non è un modo di dire, ma una definizione che nasce dalla realtà.

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Eppure chi le coltiva continua, spesso, per una ragione che va oltre il lavoro. I viticoltori che restano su queste pendenze portano avanti un’eredità lasciata dai nonni, legata a un modo di vivere la vite con passione e con un senso di appartenenza profondo. Geronazzo insiste su un punto che suona come un promemoria: noi più giovani non dovremmo dimenticare da dove veniamo, perché questo paesaggio non è “capitato”, ma è stato costruito e mantenuto con fatica, stagione dopo stagione.

Proprio per questo, il valore delle colline UNESCO va anche salvaguardato. Nel dibattito sulle scelte produttive, si parla talvolta di ridurre le rese: secondo Geronazzo, interventi di questo tipo rischiano di mettere in crisi i vigneti più difficili, spingendoli verso l’abbandono, perché la fatica è alta e non sempre viene ripagata. Coltivare in pianura, dice, è inevitabilmente più comodo e conveniente.

Queste viti centenarie, allora, non sono solo una curiosità botanica. Sono la prova concreta di un patrimonio lasciato in consegna a tutti, anche fuori da qui. Un territorio dove, un tempo, si coltivava soprattutto per l’autoconsumo e dove si scoprì che, quassù “in riva”, il vino prendeva un gusto più autentico e una qualità superiore. È anche da queste piante, modellate dall’uomo e dal tempo, che si riconosce l’identità del Conegliano Valdobbiadene.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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