Guardandolo dal basso, il Castello di San Martino sembra soprattutto un punto fermo: sta in alto, domina Ceneda e tiene insieme, con la sua massa di pietra, una parte importante dell’identità di Vittorio Veneto. Eppure la sua storia, a ben vedere, è tutt’altro che lineare. Oggi è ancora la sede del vescovo della diocesi di Vittorio Veneto, ma nei secoli è stato teatro di passaggi politici e religiosi decisivi, oltre che di scosse reali: quelle dei terremoti che hanno messo alla prova le strutture, lasciando come segno più evidente il grande torrione che si impone sul nucleo storico e si lascia ammirare da più angolazioni.
Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna allargare lo sguardo al contesto antico. Ceneda è legata a Oderzo e, in età augustea, l’area entra nella Regio X Venetia et Histria. Poi il quadro cambia con le invasioni e con la fragilità dei confini romani: quando la frontiera sul Reno cede, anche questa parte dell’Impero resta più esposta e nasce l’urgenza di costruire fortificazioni. Secondo la ricostruzione di Giampaolo Zagonel, il castello vero e proprio si collocherebbe tra la fine del V e l’inizio del VI secolo, nel tempo in cui operavano i vassalli di Teodorico, re degli Ostrogoti. Ma è il 568, con l’invasione longobarda, a segnare davvero un cambio di passo nella storia del sito.


I Longobardi organizzano il territorio in grandi strutture di potere e, dopo i ducati di Cividale e Treviso, nasce anche quello di Ceneda. Pochi decenni dopo, attorno al 640, Oderzo – ancora in mano ai Bizantini – viene occupata e distrutta. La sede vescovile, che era proprio a Oderzo, non si sposta immediatamente a Ceneda, ma qui vengono portate le spoglie di San Tiziano, destinato a diventare il patrono della diocesi. È uno di quei passaggi che fanno capire come, in queste terre, la storia religiosa e quella politica abbiano spesso camminato insieme.
Il primo vescovo di Ceneda, pur senza una data certa al giorno, viene collocato nel periodo 710-713. Da allora la figura del vescovo acquista un peso particolare: non solo autorità spirituale, ma anche giurisdizione civile. Con l’arrivo dei Franchi di Carlo Magno nel 774, dopo la sconfitta dell’ultimo re longobardo Desiderio, cambiano assetti e titoli: i ducati vengono aboliti, al loro posto si affermano le contee, e il vescovo di Ceneda conserva poteri civili e religiosi assumendo anche un ruolo “laico”, quello di conte. È l’origine di quella definizione che, qui, suona quasi naturale: il vescovo-conte.
Questa situazione dura a lungo, fino a una data che nella storia locale pesa come una cesura: 1768. Alla morte del vescovo Lorenzo Da Ponte, Venezia interviene con decisione e invia un podestà, come già accadeva a Serravalle e altrove. È la fine del dominio temporale del vescovo su questa piccola contea. Dopo la caduta della Repubblica non cambia subito molto, ma il vero strappo arriva con l’annessione del Veneto al Regno d’Italia nel 1866: entrano in vigore le leggi contro i beni ecclesiastici e, alla morte del vescovo, lo Stato acquisisce il castello e lo mette in vendita.
Qui la storia torna a farsi “travagliata” in senso letterale. Nessuno lo compra e nel 1873 un grandissimo terremoto sconvolge le strutture della fortificazione di Ceneda, provocando crolli e costringendo il Demanio a spese ingenti per i ripristini. A quel punto si decide di restituire l’edificio al vescovo: nel 1881 il castello torna alla diocesi, che lo riprende e lo mantiene fino a oggi.
Oggi, oltre a essere residenza vescovile, il Castello di San Martino ospita appuntamenti della diocesi e continua a rappresentare un riferimento per spiritualità e arte nell’Alta Marca Trevigiana. Ed è forse questa la sua forma più attuale di resistenza: non solo una fortezza del passato, ma un luogo che, nonostante scosse, passaggi di potere e cambi di epoca, ha continuato a rimanere parte viva del paesaggio di Ceneda.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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