Immaginate una riunione. Intorno al tavolo siedono un sindaco, un imprenditore, un agricoltore e un’attivista. Tutti concordano: bisogna essere “sostenibili”. La riunione finisce, ognuno torna al proprio mondo. Nessuno ha capito cosa intendessero gli altri.
Non è una provocazione: è quello che succede ogni giorno. Non esiste una definizione condivisa di sostenibilità. Non legalmente, non scientificamente, non nel linguaggio comune. Eppure la usiamo come se fosse ovvia, come se bastasse pronunciarla per trovarsi d’accordo. Così finisce sui packaging, nei bilanci aziendali, nei programmi elettorali, persino sulle etichette dei calzini. Una parola che significa tutto e quindi, nei fatti, non significa più niente.
È il primo giorno dell’anno, o quasi. Il momento in cui si fanno i buoni propositi, si esprimono desideri, si immaginano possibilità. Ecco il mio: che qualcuno, da qualche parte, si prenda la briga di fermare per un attimo la corsa e chieda a voce alta “ma noi, qui, cosa intendiamo quando diciamo sostenibilità?”.
Non parlo di grandi tavoli internazionali o di accordi tra nazioni. Quelli hanno il loro senso, ma restano lontani, astratti, facili da firmare e altrettanto facili da dimenticare. Parlo di qualcosa di più vicino: un territorio, una comunità, un luogo preciso con le sue peculiarità, i suoi problemi, le sue risorse. Parlo di far sedere intorno a un tavolo — stavolta per davvero — chi quel territorio lo abita, lo lavora, lo amministra, lo difende. E di non alzarsi finché non si è trovato un significato comune, concreto, misurabile. Qualcosa che permetta di guardarsi negli occhi e dire: questo sì, questo no, per queste ragioni. Da lì possono nascere obiettivi chiari, con tempi e responsabilità, non slogan da campagna elettorale. E poi raccontare cosa si è fatto, cosa ha funzionato e cosa no, perché la condivisione dei risultati non è un optional ma il cuore stesso di un processo democratico. Solo così la sostenibilità smette di essere una promessa vaga e diventa un impegno verificabile.
Sembra poco, ma sarebbe moltissimo. Perché in una democrazia le scelte sono scelte politiche, e le scelte politiche hanno bisogno di parole che significhino la stessa cosa per tutti. Altrimenti si fa finta di decidere, si fa finta di partecipare, si fa finta di cambiare.
A chi è stato eletto per rappresentarci, allora, un augurio che è anche un appello: prendetevi questa responsabilità. Non quella di salvare il pianeta — obiettivo nobile ma troppo grande per essere credibile — ma quella più modesta e più urgente di dare un senso condiviso alle parole che usiamo. È da lì che comincia tutto il resto.
Buon 2026!
(Autore: Paola Peresin)
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