60 parole greche per capire chi siamo. La nuova rubrica di miti e leggende di Qdpnews.it

Quando leggiamo o guardiamo “Harry Potter” o quando ci appassioniamo ai supereroi dei fumetti, stiamo rielaborando archetipi legati al mito classico.

Non ce ne accorgiamo, ma è così.

Ogni epoca ha bisogno dei propri modelli di riferimento: i Greci li affidavano ai poemi epici o alle sculture, mentre noi li riversiamo prevalentemente nelle serie TV, nelle canzoni, nei cartoni animati. Oggi i miti rientrano nella cultura pop, nell’intrattenimento, ma continuano a svolgere le stesse funzioni di un passato che ci sembra molto distante: rispondono a delle domande universali che non cambiano mai – chi siamo, qual è il nostro scopo nel mondo, perché esiste il dolore e così via.

“Mito” è una parola antica. In greco, μῦθος (mŷthos) significa “racconto”, ma non nel senso di invenzione arbitraria. È una parola che contiene una verità, non dimostrabile ma riconoscibile: il mito nasce per dare immediatezza e rendere comprensibili concetti talvolta troppo complessi da un punto di vista razionale.

Gli antichi lo sapevano bene… Lo storico Erodoto, ad esempio, raccoglie tradizioni, voci lontane, senza mai rinunciare al dubbio. Riporta ciò che ha ascoltato, ma distingue, confronta: nei suoi testi, il mito è un materiale vivo, un punto di partenza, non un dogma.

Con il “padre della storia” Tucidide, la frattura appare più netta: infatti il racconto mitico sembra essere messo da parte in favore dei fatti, delle cause storiche, delle responsabilità politiche. Eppure, leggendo attentamente la Guerra del Peloponneso, ci si accorge che la dimensione mitica non è del tutto scomparsa, ma vive nei comportamenti umani, nella paura che guida le decisioni, nell’orgoglio che acceca, nella spirale del potere.

Il filosofo Platone, dal canto suo, proprio quando affronta temi decisivi – l’anima, la giustizia, l’amore, il destino – sceglie di raccontare: il mito della caverna, il giudizio di Er, il carro alato non sono ornamenti retorici, ma diventano strumenti conoscitivi. All’estremo opposto per forma, ma non per efficacia, si collocano le famosissime favole di Esopo, nelle quali compaiono animali che parlano e che ci offrono una morale per un giusto comportamento. La conclusione ha sempre una stessa formula che si ripete: Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι –

“il mito/ la storia insegna che”. Esopo dimostra che il mito non ha bisogno di grandezza per essere universale: può abitare anche nella brevità, nella quotidianità, nell’apparente semplicità. Il mito, nel corso dei secoli, è cambiato, si è trasformato, ha assunto nuove maschere: viviamo in un mondo ipertecnologico, connesso, rapido; eppure, emotivamente, non siamo così diversi dagli uomini e dalle donne che popolano i poemi antichi. Bruciamo di rabbia come Achille, siamo colti dalla curiosità di conoscere come Ulisse, affrontiamo mostri che non hanno forma mitologica ma non per questo sono meno pericolosi: aspettative, fallimenti, paure.

Vorrei ricordare, in questa sede, un mito, quello di Alcione e Ceice: Alcione era la figlia di Eolo ed era sposata con il re di Trachinia Ceice. I due si amavano così tanto da nominarsi scherzosamente con gli appellativi di Zeus ed Era. Questi ultimi, adirati per la loro tracotanza, fecero morire in un naufragio Ceice; la moglie Alcione, a quel punto, si gettò in mare. Gli dei, allora, commossi dallaforza del loro amore, trasformarono la coppia in due uccelli marini, gli “alcioni”, quelli che noi oggi conosciamo come martin pescatori.

Poiché spesso il loro nido vicino al mare era distrutto da onde e da venti violenti, Zeus concesse dei giorni di pace dalle intemperie per garantire loro di deporre le uova serenamente. Questi giorni sono chiamati “giorni alcioni”.

Questo spazio di riflessione sul mito, questa pausa dedicata a diverse parole del mondo greco che continuano a parlarci ancora oggi, potrebbe essere considerato come il nostro “giorno alcione”: un momento di tregua dalla fretta, per ragionare e per riconnetterci alle radici classiche che sono proprie di ciascuno di noi.

Da qui prende avvio un percorso articolato in sei tappe, sei modi di interrogare l’umano attraverso parole che non hanno mai smesso di essere attuali: le origini e le forze che strutturano il mondo; le scelte e il coraggio; le passioni e gli errori; i legami e il destino; le figure femminili e la loro forza; infine, gli dei e i grandi temi che emergono quando tutto il resto tace.

Non un viaggio nel passato, ma un attraversamento, perché il mito serve a riconoscerci e a comprendere meglio le sfaccettature dell’animo umano. Ecco perché, tutti noi siamo, sempre e comunque, un mito!

(Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
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