Ciò che non siamo

Eugenio Montale

“Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Sono le parole finali della famosa poesia di Eugenio Montale “Non chiederci la parola”, inserita nella raccolta “Ossi di seppia” (Torino, Piero Gobetti Editore 1925). Sono parole dense di significato, di sicura attualità, in un tempo in cui le mode, le correnti di pensiero dominanti, il “politicamente corretto” ci vorrebbero tutti richiusi dentro dinamiche poco rispondenti alle visioni e ai precetti di una vita buona e di un nuovo umanesimo.

Si tratta in effetti di una risposta di distacco, di presa di distanza, di lontananza rispetto ad alcuni stereotipi che ci vorrebbero molto clienti e poco cittadini consapevoli, molto soli e poco arricchiti di sane relazioni, molto impauriti e statici invece che attivi e generativi del cambiamento necessario per migliorare con il nostro apporto il contesto  sociale.

Quante volte, nel corso della nostra quotidianità, siamo posti di fronte a scelte non semplici, che interpellano la nostra concezione del mondo e ci dovrebbero vedere molto attenti e sensibili rispetto alle conseguenze delle nostre azioni. In varie situazioni, ci vediamo costretti a dire dei “no” per salvare la nostra libertà e dignità, anziché a pronunciare dei “sì” che sarebbero molto più facili, immediati, di acquiescenza rispetto a modi di fare che ormai sono scontati e approvati nella mentalità corrente.

Ebbene, il richiamo in versi del poeta Montale, grande interprete dell’emetismo, potrebbe sembrare limitato, troppo scarno, addirittura sbrigativo. “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, come se potessimo definirci soltanto in negativo, per quello che non rientra fra i parametri della nostra identità, e per quello che non figura nel programma dei nostri comportamenti.

Potrebbe sembrare solo uno strumento difensivo, un chiamarsi fuori rispetto all’esigenza di offrire indicazioni, soluzioni e risposte che questa nostra epoca ci richiede continuamente, senza sosta, a velocità sostenuta, senza darci spesso il tempo di riflettere e di valutare al meglio le singole opzioni.

Potrebbero sembrare due affermazioni capaci in qualche modo di alimentare un senso di estraneità, e di segnare una concreta presa di distanza rispetto a un’attualità che chiede a tutti e a ciascuno di essere protagonisti, costantemente “sul pezzo”, presenti e non assenti, vicini e non distanti, disponibili ad essere efficienti e risolutivi rispetto alle questioni che nascono continuamente nella nostra quotidianità  in ambito interpersonale, familiare, lavorativo e relazionale. Insomma, potrebbe essere letto come un messaggio che favorisce il disimpegno, anziché promuovere l’assunzione di responsabilità in una stagione che avrebbe invece bisogno di persone attente e sensibili rispetto alle domande che sorgono in ogni momento e chiedono attenzione e capacità di risposta.

Ma in un tempo segnato da profonde inquietudini, ostilità e conflitti, in cui sembrano prevalere drammaticamente le logiche del “più forte” e del profitto a tutti i costi – a livello di scenari internazionali ma anche non lontano da noi, dentro i processi della modernità in chiave locale – recuperare queste specifiche parole del poeta significa riappropriarci delle cose in cui crediamo per davvero, dimostrando di essere indisponibili rispetto alle negoziazioni e alle transazioni di interessi e favori che potrebbero essere suggerite da una serie di prassi attuali, non condivise e non condivisibili.

Certo, viviamo in un tempo in cui mancano solide certezze, e i cambiamenti sono costanti, strutturali, di notevoli dimensioni, ma anche profondi, arrivando sino alle nostre convinzioni personaggi, ai percorsi interiori, alla stessa concezione dell’uomo e del suo destino. Ecco, in una fase dell’umanità come questa – assolutamente nuova, problematica per i rischi che contiene ma anche affascinante per le opportunità che dona – ribadire innanzitutto a noi stessi, con chiarezza e onestà, “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, significa riprendere in mano la nostra vita, senza concessioni a disvalori, illusioni, opacità e sotterfugi.

Significa chiamare esattamente per nome le negatività, le cose che non ci piacciono e non ci meritano, le situazioni che non devono vederci coinvolti, le ambizioni e i traguardi che non danno la felicità e che vogliamo evitare. Significa andare alle radici di noi stessi, senza sconti, riaffermando una volta di più i fondamenti della nostra architettura interiore, in virtù della quale i nostri “no” diventano paradossalmente forza, resistenza, distinzione, qualità, rinuncia al male.

Non sono assolutamente sinonimo di estraneità, di disinteresse, di non coinvolgimento, di mancata attivazione e partecipazione ai processi. Si tratta di “non essere” e “non volere” per mantenersi fedeli a se stessi, ai propri principi, alla propria libertà, in vista di altri “sì”, coerenti, efficaci, sicuri, in grado di raccontare la verità di quello che siamo, in tutte le circostanze della nostra esistenza. E saranno garanzia di vita buona, per ciascuno di noi, e per tutti coloro che avremo accanto a noi.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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