Pienone di pubblico ieri sera all’Auditorium dell’Incontro a Revine Lago, per il ritorno della rassegna “Storie dal territorio”.


La rassegna, promossa dall’amministrazione comunale (con il supporto organizzativo della Chiave di Sophia) e inserita all’interno del contenitore “Revine Lago che spettacolo”, intende valorizzare il patrimonio di tradizioni e ricordi che il territorio racchiude.
Stavolta il tema è stato “Le ‘teleferiche’ o fili a sbalzo”, ovvero un sistema di trasporto di carichi dalla montagna a valle, per alleviare la fatica del lavoro e assicurare lo spostamento del materiale.
Un manufatto di un’epoca che non c’è più, che conserva ricordi e la preziosa testimonianza di una forma di economia contadina.
La serata è stata moderata dalla giornalista Arianna Ceschin, ideatrice e curatrice della rassegna, e ha visto la partecipazione del giornalista Giovanni Carraro (che ha trattato la questione da un punto di vista geografico-territoriale, con un accenno anche alla sfera etimologica del termine), senza dimenticare tutta una serie di testimoni di una tradizione che ha iniziato a prendere piede a fine Ottocento.


A portare i saluti sono stati il sindaco di Revine Lago Massimo Magagnin, assieme al vicesindaco Elisa Carpenè e al consigliere Fabrizio Fava, i quali hanno seguito l’iter organizzativo dell’appuntamento.


La storia delle teleferiche
Se in precedenza i carichi venivano portati a valle dagli asini, l’arrivo delle teleferiche cambiò il modo di lavorare.
Inizialmente le teleferiche erano composte da un semplice filo di ferro grosso incapace, però, di reggere carichi superiori a un certo peso e a superare certe irregolarità della montagna. Non potevano essere utilizzate per il trasporto delle persone.
Poi arrivarono le corde che, per motivi di costi, venivano sfilate fino a ottenerne di più piccole.
Erano frequenti le rotture delle corde stesse, essendo queste di recupero, mentre l’impianto richiedeva una certa gestione delle carrucole, oltre alla lubrificazione della fune e delle parti metalliche.
Per evitare nodi e anelli, era necessario che ci fossero delle persone lungo le coincidenze: pertanto, anche se la fatica veniva alleviata da questo sistema (rispetto al passato), comunque veniva richiesto un certo lavoro.
Il pericolo costante era quello di perdere il carico per strada.
Con l’arrivo della Prima guerra mondiale, ci fu un autentico “salto tecnologico” per ovvie necessità nel trasporto di materiali.
L’impianto doveva essere utilizzato in condizioni di perfetta visibilità e non durante l’orario notturno, neppure in caso di forte vento, di nebbia fitta oppure di burrasca.
Le teleferiche avevano creato attorno a sé un’organizzazione ben precisa: esisteva infatti un presidente “della corda”.


Il Comune rilasciava una licenza per il loro utilizzo, dove l’amministrazione si dichiarava esente da eventuali danni provocati dalle teleferiche e stabiliva le varie regole e prescrizioni.
“Un lavoro di comunità, la tecnica di un paese”, ha commentato qualcuno in sala, considerato che le teleferiche non erano situate soltanto nella zona di Revine Lago, ma anche nel Cisonese, nel Follinese, nell’area della Val Lapisina e del Grappa Nord-Orientale, solo per citare alcune dei luoghi interessati.
I percorsi delle teleferiche non erano certo brevi e le ultime esperienze di questo sistema nel territorio si aggirano all’inizio degli anni Ottanta.
Una storia del territorio che è stata molto apprezzata dal pubblico in sala e che lascerà spazio ai prossimi incontri della rassegna.
(Autore: redazione Qdpnews.it)
(Foto: Comune di Revine Lago – Giovanni Carraro)
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