Da Biso a Zancanaro: caratteristiche fisiche e difetti nei cognomi della Marca trevigiana

Chi percorre la Marca trevigiana con un po’ di curiosità per la storia locale scopre presto che non sono solo chiese, piazze e paesaggi a raccontare il territorio. Anche i cognomi parlano, e molto. Il medico umanista Giovanni Tomasi li considera una vera mappa identitaria: tra le diverse famiglie di cognomi, spiccano quelli “qualificativi”, cioè derivati da aggettivi che descrivono caratteristiche fisiche o tratti evidenti della persona.

Si tratta di nomi che nascono nei piccoli paesi, quando per distinguere un “Giovanni” dall’altro si ricorreva a ciò che colpiva di più a colpo d’occhio. Il colore della pelle o dei capelli è uno dei criteri più immediati. Così i Bianchi e i Rossi rimandano alla carnagione chiara o al capello rosso, mentre nel Trevigiano abbondano le forme dialettali Da Ros e De Ros, con tutte le loro varianti. Verdi, spiega Tomasi, non richiama invece il prato ma gli occhi di quel colore.

Un’altra grande famiglia è quella dei cognomi legati ai capelli grigi. Qui rientrano i Biso, Bisi, Bisol e anche Bixio, tutti ricondotti alla stessa radice di Bisio. Un soprannome legato all’aspetto, rimasto poi fisso come cognome per le generazioni successive. Allo stesso modo, la statura ha lasciato segni ben visibili negli elenchi anagrafici: Piccolo, Piccoli, Piccin, Pizzol, da un lato, e dall’altro Grandi, oppure Longo, molto diffuso nell’Alta Marca con numerose declinazioni.

Nemmeno la corporatura è sfuggita a questo gioco di etichette. Le persone particolarmente magre sono diventate Del Magro o Sech, mentre chi aveva qualche chilo in più ha dato origine a cognomi come Gras, Grasso, Grassi e affini. Erano definizioni immediate, nate spesso sul tono scherzoso di un soprannome, poi diventate parte stabile dell’identità familiare.

Molti cognomi qualificativi, però, si legano a vere e proprie imperfezioni fisiche, che in un villaggio piccolo non passavano inosservate. I mancini, per esempio, sono diventati Zanco, Zanchi, Zancaner, Zancanaro; gli zoppi si riconoscono in forme come Zot, Zotti, De Zottis o Ciotti. In quasi ogni comunità c’era anche un guercio, e da qui nasce Zorgno: un termine dialettale arcaico, ormai scomparso dall’uso parlato, ma rimasto cristallizzato nel cognome fino a oggi.

Non mancano infine i Dal Gobbo e molte altre forme che alludono a difetti piccoli o grandi, spesso oggi percepiti come delicati, ma un tempo utilizzati con naturalezza per distinguere le persone. “C’è davvero un’infinità di cognomi qualificativi”, racconta Tomasi, “perché attingono a tutte le possibili imperfezioni fisiche dell’uomo, ma anche a caratteristiche più neutre”. In altre parole, ogni dettaglio che nella vita di paese bastava a identificare qualcuno poteva trasformarsi in soprannome, e poi fissarsi nei registri parrocchiali come cognome vero e proprio.

Per chi oggi sfoglia un elenco telefonico o legge i nomi sulle vecchie lapidi dei cimiteri, sapere che dietro ai Biso, ai Zancanaro o ai Dal Gobbo c’è questa storia di sguardi, abitudini e dialetto significa aggiungere un tassello alla conoscenza del territorio. I cognomi qualificativi diventano così una piccola guida vivente alla cultura contadina della Marca, dove la lingua ha saputo trasformare in memoria stabile ciò che, un tempo, nasceva da una semplice osservazione fatta sulla soglia di casa.

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