Santa Bona a Vidor storia di un’abbazia e di un legame mai interrotto con la comunità

L’abbazia benedettina di Santa Bona si raggiunge scendendo verso il Piave, in uno degli angoli più suggestivi dell’Alta Marca, dove il fiume stringe il suo corso ai piedi dell’arco delle colline. Qui il complesso abbaziale appare come un piccolo mondo a sé, raccolto dietro i muri di sasso e affacciato sull’acqua, con la chiesa e il chiostro che custodiscono quasi un millennio di storia religiosa e di vita comunitaria.

Le origini dell’abbazia risalgono agli inizi del XII secolo. Un documento del 1106 ricorda la donazione del signore del luogo, Giovanni da Vidor, che al rientro dalla Prima Crociata portò in questi luoghi le spoglie di Santa Bona, vergine egiziana che, secondo la tradizione, rifiutò un matrimonio ricco dichiarandosi sposa di Cristo. Per accoglierne le reliquie si edificò nel 1107 una chiesa in stile romanico, poi donata ai monaci benedettini di Pomposa con l’impegno di costruire attorno un monastero destinato a diventare punto di riferimento spirituale ed economico per tutto il territorio.

La chiesa, orientata verso il sorgere del sole del 12 settembre, giorno dedicato alla santa, accoglie i visitatori con un semplice pronao ad arco acuto, poco aggettante, sostenuto da due croci patenti e da due colonne in pietra. Sopra l’ingresso un medaglione scolpito raffigura un arcangelo Michele barbuto, con ali spiegate, spada e globo crucigero, quasi a ricordare il carattere di presidio e protezione che l’abbazia ha avuto per secoli rispetto al Piave e alle comunità sulle sue sponde.

Proseguendo lungo il perimetro esterno, sul lato nord, si incontra uno dei segni più antichi conservati nel complesso: un aAresco duecentesco di San Cristoforo. La figura del santo, tradizionalmente invocato contro le piene del fiume e le disgrazie improvvise, proteggeva un tempo pellegrini, barcaioli e abitanti, in particolare da quella “morte improvvisa” che era tra le paure più grandi delle popolazioni che vivevano a ridosso dei corsi d’acqua. All’interno, i due altari laterali sono dedicati a San Girolamo e a San Benedetto, richiamo diretto alla tradizione monastica.

Nel corso dei secoli la chiesa fu più volte modificata. Alla fine del Cinquecento, l’abate commendatario Francesco Cornaro volle ampliare il complesso con una nuova zona presbiteriale, ultimata nel 1592, dove fece trasferire le reliquie di Santa Bona da un luogo più umile, oggi non più identificabile. Il campanile, ricostruito in stile romanico, conserva ancora la parte inferiore del 1263, formata da blocchi di pietra calcarea e ciottoli di fiume, che raccontano con materiali semplici la lunga continuità di questo luogo.

Cuore dell’abbazia è il chiostro, giunto fino a noi quasi intatto. È un quadrato armonioso iniziato intorno al 1262 e terminato una ventina d’anni più tardi, con sei archi a sesto acuto per lato e tre colonne d’angolo ofitiche, cioè formate da due colonnine intrecciate. Al centro si apre il pozzo, fulcro della vita quotidiana della comunità monastica, mentre sulla parete sud spicca un grande affresco del 1459 che raAigura la Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Girolamo, attribuito al pittore trevigiano Dario da Treviso, considerato tra i primi a portare in area trevigiana le novità apprese nella bottega padovana di Francesco Squarcione.

Con il passare del tempo il complesso si ampliò fino a diventare una vera “cittadella abbaziale”, protetta da un alto muro sui tre lati di terra e dal corso del Piave sul quarto. Dopo l’ultimo abate pomposiano, Enrichetto (1266-1308), Santa Bona fu retta per oltre tre secoli da abati commendatari, fino a quando nel 1774 il Senato Veneto decise di vendere l’abbazia al nobile Nicolò Erizzo, provveditore della Repubblica di San Marco. Le vicende politiche della regione segnarono profondamente questo luogo, che non fu risparmiato neppure dalla Grande Guerra: gli edifici subirono danni gravissimi e solo chiesa e chiostro furono colpiti in modo parziale.

Tra le macerie, le reliquie di Santa Bona rischiarono di andare perdute, ma furono recuperate e custodite con cura fino al loro ritorno ufficiale in abbazia nel 1940, durante una solenne cerimonia voluta dalla contessa Margherita Albertini Govone e partecipata dall’intera comunità di Vidor. È uno degli episodi che meglio raccontano quanto forte sia rimasto, nei secoli, il legame tra la popolazione e il complesso monastico: un rapporto fatto di devozione, memoria e riconoscenza.

Oggi l’abbazia di Santa Bona è una proprietà privata, ma continua a essere vissuta come luogo identitario. In occasione delle principali ricorrenze dell’anno liturgico le reliquie della santa vengono ancora venerate, e per la gente di Vidor salire fin qui significa non solo visitare un monumento di arte romanica, ma ritrovare una parte della propria storia. Chi guarda questo angolo di Piave con gli occhi di una guida locale sa che, dietro il silenzio del chiostro e il profilo discreto della chiesa, si nasconde un legame con la comunità che non si è mai interrotto.

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