Principessa egiziana e chiostro medievale alla scoperta dell’abbazia di Santa Bona a Vidor

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L’abbazia di Santa Bona si trova poco fuori dal centro di Vidor, affacciata sul Piave in una zona che per secoli è stata punto di passaggio e di incontro tra genti diverse. Chi oggi riesce a visitarla, nelle rare aperture per concerti o eventi culturali, entra in un luogo dove storia, fede e leggenda si intrecciano, a partire dal mistero delle reliquie di una principessa egiziana custodite tra queste mura.

Nel Medioevo l’area attorno all’abbazia era al centro di una forte presenza longobarda. Le comunità che vivevano qui avevano assorbito lingua, usi e cultura di questo popolo, insediato in punti strategici come il vicino guado sul Piave, fondamentale per attraversare il fiume lungo le vie commerciali e militari. Proprio questo passaggio d’acqua è alla base di un’ipotesi affascinante: alcuni storici sostengono che il nome Vidor richiami l’eco del transito delle reliquie dei santi Vittore e Corona, giunte da Siria e Cipro fino ad Anzù di Feltre, passando presumibilmente per questo guado.

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L’8 agosto 1106 alcuni cavalieri di origine longobarda, guidati da Giovanni Gravone o Granone da Vidor, decisero di affidare il sito sul Piave ai monaci benedettini di Pomposa, donandolo all’abate Geronimo. Giovanni, protagonista di una delle spedizioni che portarono alla liberazione di Gerusalemme, rientrava dalla Terra Santa con un dono prezioso: le reliquie di Santa Bona Egiziaca. Secondo la tradizione, durante il viaggio sostò anche a Treviso, dove nacque un borgo chiamato in seguito Santa Bona, documentato già nel 1113.

Le fonti medievali parlano però di un altro Giovanni da Vidor, già molto anziano nel 1096 e a9idato dal figlio Arpone alla protezione dei santi Vittore e Corona nel santuario di Anzù. Per sciogliere l’apparente contraddizione cronologica, gli studiosi hanno ricostruito l’albero genealogico della famiglia: Giovanni era un nome ricorrente tra i Da Vidor. Accanto a Giovanni Gravone compaiono figure come il figlio Walfardo, Giovanni Maliacera ed Ezzelino o Wazilino, figlio di Giovanni il Maggiore. L’ipotesi più plausibile è che il Giovanni ricordato a Feltre fosse proprio Giovanni il Maggiore, morto attorno al 1096, mentre Giovanni Gravone, suo nipote, sarebbe il cavaliere crociato che qualche anno dopo riportò in patria le reliquie di Santa Bona.

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La santa cui è dedicata l’abbazia è una figura particolare. Santa Bona, principessa egiziana, in Oriente è conosciuta soprattutto con i nomi di Cordamunda o Curdimunda. Al di fuori di queste tradizioni non compare nei principali elenchi di santi, ma in area vidorese la sua presenza è legata da secoli a questa abbazia, che divenne ben presto uno dei centri spirituali più importanti del territorio. La storia delle reliquie, però, non si ferma al Medioevo e attraversa momenti drammatici.

Durante la Prima guerra mondiale, l’abbazia di Santa Bona si trovò al centro di alcuni degli scontri più violenti tra l’esercito italiano e quello austro-ungarico. Gran parte degli edifici fu distrutta, e si credette a lungo che anche le reliquie della santa fossero perdute per sempre. In realtà furono ritrovate in modo del tutto inatteso da un artigliere, che le scoprì tra i resti dell’edificio. Convinto che si trattasse di reliquie di famiglia degli ultimi proprietari privati del complesso, subentrati dopo la vendita del 1774, le consegnò alla contessa Alfonsa Miniscalchi.

Fu lei a riconoscerle immediatamente come reliquie di Santa Bona: erano avvolte in una particolare bambagia gialla, esattamente come tramandava la tradizione. Grazie a questo dettaglio vennero conservate e poi riposizionate in abbazia, restituendo al luogo il suo cuore devozionale. La ricostruzione del complesso, portata a termine nel 1923, rispettò l’impianto originario, permettendo a chi entra oggi di cogliere ancora la struttura medievale, soprattutto nel chiostro, considerato uno degli angoli più a9ascinanti dell’intero complesso monastico.

Proprio il chiostro, con le sue colonne ofitiche – cioè annodate – racconta un tassello importante della cultura architettonica medievale. Secondo Danilo Riponti, queste forme rimandano alla tradizione dei maestri comacini e al loro linguaggio ricco di simboli. Le colonne intrecciate evocano l’unione del corpo e dello spirito e rimandano all’idea di resurrezione dei corpi, non solo alla dimensione interiore della vita cristiana. Passeggiando sotto gli archi, tra la luce che entra da un lato e il pozzo al centro del cortile, è facile intuire come questo spazio fosse pensato per accompagnare la meditazione dei monaci e, oggi, lo sguardo di chi visita l’abbazia.

L’abbazia di Santa Bona non è solo un monumento di pietra a9acciato sul Piave. È il punto d’arrivo di storie che legano il mondo longobardo ai percorsi dei crociati, le rotte delle reliquie tra Oriente e Veneto alla vita quotidiana delle comunità che qui si sono succedute, fino alla distruzione della Grande Guerra e alla rinascita del complesso. Entrare in Santa Bona significa sostare in un luogo dove una principessa egiziana, trasformata in santa dalla devozione popolare, continua a essere parte viva dell’identità di Vidor.

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