“Sopravvissute”, la violenza di genere analizzata da Rosalba Belmonte: “Serve una comunità meno giudicante”

“Sopravvissute” è il titolo del volume di Rosalba Belmonte, presentato martedì in sala convegni nella biblioteca civica di Ceneda, una serata organizzata dal Centro antiviolenza e dalla Commissione Pari Opportunità di Vittorio Veneto.

L’incontro, introdotto dall’assessore alle Politiche sociali Laura Ceccarini e moderato dall’avvocato Giovanna Vascellari (componente della Commissione Pari Opportunità), si è incentrato su un volume partito dal progetto “Step”, mosso dall’obiettivo di indagare tutti gli stereotipi e pregiudizi che si annidano in riferimento ai vari casi di violenza che purtroppo accadono.

Da un’analisi di circa 16.715 articoli di quotidiani, l’autrice del volume ha analizzato tutti i termini utilizzati per fare una narrazione di questi casi di violenza.

“L’analisi di testi giudiziari e giornalistici ha riportato alla luce alcune narrazioni distorte (fatte da soggetti terzi) di questi casi di violenza, che tolgono soggettività alle donne – ha raccontato l’autrice del libro – La violenza sulle donne riguarda un terzo della popolazione femminile di età compresa tra i 14 e i 70 anni: spesso avviene una distorsione della realtà e si verifica un processo di rivittimizzazione“.

“La violenza diventa più grave in situazioni di emancipazione o quando la donna ricopre un ruolo di responsabilità nella società – ha proseguito – Quando parlo di processo di rivittimizzazione mi riferisco a quando ricade sulla donna la responsabilità delle violenze, con domande del tipo: ‘Com’era vestita?’, ‘Cosa avrà fatto per suscitare l’ira di lui?’. Significa quindi andare a cercare le cause di quanto avvenuto nel comportamento della vittima“.

Secondo Belmonte, quindi, si tratta di “narrazioni che portano alla difficoltà di avere una giustizia paritaria”.

“Parlarne è importante, per far capire cos’è la violenza di genere”, ha aggiunto, ricordando come la violenza nasca prima “in maniera subdola, con umiliazioni”, poi arriva l’isolamento, la violenza economica, fino a una forma di controllo e di sopraffazione.

“La violenza arriva piano piano, provoca un gran senso di solitudine, portando la donna all’impossibilità di confronto in un contesto sociale – ha spiegato – Spesso la presenza dei figli è il ‘la’ per far decidere la donna a uscire dal contesto di violenza e, in altri casi, diventano strumenti di ricatto da parte del padre. Altre volte la violenza giunge proprio con l’arrivo dei figli, in quanto l’uomo non si sente più protagonista e, di conseguenza, i bimbi assistono alla violenza stessa, che può lasciare in loro una sorta di imprinting”.

Il pensiero di dover salvare i figli è lo strumento di salvezza per molte donne, come è emerso.

“Noi tutti non dobbiamo essere superficiali, ma chiederci perché succedono certe cose, perché una persona sta cambiando – ha sottolineato l’autrice del volume – Bisogna fare attenzione alle piccole mancanze: credo che la comunità dovrebbe essere più comunità, anziché giudicare a distanza. Non avere un approccio giudicante, ma accogliente“.

(Autore: Arianna Ceschin)
(Foto: Arianna Ceschin)
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