Custodi e innovatori: Viviana Carlet e il cinema come “ponte, incontro e comunità”

Un tema originale per valorizzare i nostri paesi. E visto che ogni comunità ha le sue anime, figure che ne custodiscono l’essenza o ne tracciano il futuro, si è pensato con questa rubrica di raccontare le storie di chi, con il proprio impegno, incarna i valori, le tradizioni e le ambizioni del proprio paese.

Attenzione, però: non si parla di celebrità, ma di persone riconosciute e amate dai loro concittadini o, in alcuni casi, a loro sconosciuti, ma che rappresentano dei veri simboli della storia, della continuità o del cambiamento, in positivo, del nostro territorio.

Ecco allora, dopo “luoghi dimenticati” e “campanili”, un altro filone della rubrica settimanale di Eventi Venetando, promossa dal Consorzio Pro Loco Quartier del Piave, con cui Qdpnews.it riprende per i lettori fatti, avvenimenti o aspetti della vita dei nostri paesi.

La nostra rubrica settimanale vede oggi protagonista Viviana Carlet, che dal borgo di Lago ha immaginato il cinema come ponte, incontro e comunità, trasformando un’intuizione personale in un progetto culturale capace di parlare ben oltre i confini del territorio.

Persone iconiche del Comune di Revine Lago

Intervista con Viviana Carlet

Di Debora Donadel

Per il Comune di Revine Lago è stato naturale individuare in Viviana Carlet la protagonista della rubrica Custodi e Innovatori: in questo caso come innovatrice, ma dalle risposte alle domande che le ho posto in questa breve intervista capirete che, in fondo, possiamo considerarla anche una preziosa “custode”.

Ricordo che Viviana Carlet è fondatrice e, per molti anni, direttrice artistica del Lago Film Fest; oggi ne è direttrice generale, insieme a Carlo Migotto. Il festival internazionale di cortometraggi e documentari che si tiene nel piccolo borgo di Lago, ha celebrato quest’anno (nel 2025, ndr) la sua 21ª edizione.

—Viviana, hai più volte raccontato che l’idea del festival è nata osservando la vita del tuo paese. Qual è stato il momento in cui hai capito che il cinema poteva diventare un ponte tra il borgo e il mondo? E quali aspetti del tuo percorso personale ti hanno portata a immaginare proprio qui un progetto culturale così originale?

—Non c’è stato un unico momento preciso, ma piuttosto una serie di piccole scintille. Ho sempre avuto una grande passione per il cinema: guardare film, perdermi nei movimenti dell’immagine, farmi trasportare da quella magia accessibile e universale che il cinema possiede. A un certo punto ho capito che quel potere narrativo poteva diventare anche uno strumento di dialogo, di attivazione, un modo per portare contenuti nuovi nel paese e creare conversazioni, dibattiti, trasformazioni.
Accanto a questo, avevo raccolto nel tempo stimoli da tanti progetti culturali e artistici a cui avevo partecipato, anche fuori dal territorio. Ogni esperienza mi mostrava quanto l’arte potesse essere motore di comunità, e mi sono chiesta: “Perché non qui, proprio a Lago?”. Ho immaginato un festival che facesse da ponte tra chi passa e chi resta, tra chi crea e chi osserva. È stato come far incontrare il mondo con il mio borgo, attraverso uno schermo illuminato e una piazza piena di gente.

—Fin dalle prime edizioni hai portato avanti il Lago Film Fest con una dedizione che va oltre il semplice lavoro. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai dovuto affrontare negli anni, e cosa ti ha spinto a non mollare nei momenti più complessi? C’è un episodio che racconta bene la forza della tua motivazione?

—Il festival, per me, non è mai stato semplicemente un lavoro. Anzi, non è mai diventato davvero un lavoro: è stato una passione che si è trasformata in un percorso di formazione, un po’ come se invece di fare un master avessi scelto di fare un festival. Questa idea di crescita, condivisione e apprendimento è ciò che mi ha sempre spinto a continuare — non solo per me, ma anche per i giovani che negli anni hanno trovato nel festival un’occasione per formarsi, mettersi alla prova, scoprire talenti.
Le difficoltà sono state tante, alcune molto concrete, altre più profonde e invisibili. La pandemia, ad esempio, è stata una prova enorme: ci ha costretti a ripensare tutto, non solo da un punto di vista organizzativo, ma anche umano e psicologico. Non si trattava più semplicemente di risolvere problemi tecnici, ma di affrontare fragilità personali, paure, incertezze.
Eppure, proprio in quei momenti ho capito che la forza del festival non era solo nella sua programmazione, ma nella comunità che si era creata attorno, nel desiderio di esserci, di non lasciarlo spegnere. Questo mi ha sempre dato energia, anche quando tutto sembrava complicato.

—Il Lago Film Fest non sarebbe quello che è senza la comunità che lo circonda: amici, volontari, abitanti del paese. Chi sono le persone che più hanno creduto nel tuo progetto e ti hanno aiutata a farlo crescere? E come descriveresti il rapporto con il tuo borgo: quanto l’accoglienza e l’energia del paese hanno influenzato il successo e l’identità del festival?

—Ci sono persone che hanno creduto in questo progetto fin dall’inizio, e senza di loro il festival non sarebbe quello che è oggi. Penso a Emiliano Bernardi, presidente della Pro Loco, e a Carlo Migotto, che sono stati compagni di viaggio fondamentali, sempre presenti, con fiducia, idee e dedizione. Ma soprattutto penso alla comunità di Lago: abitanti, volontari, amici, che si sono messi in gioco con entusiasmo, disponibilità e generosità, trasformando il paese — per qualche giorno all’anno — in un luogo capace di accogliere il mondo intero.
E poi i miei genitori: senza il loro supporto, concreto ed emotivo, non avrei potuto dedicare così tanto tempo, energie e coraggio a questo progetto.
L’accoglienza e l’energia del paese sono state determinanti: non sono solo il contesto, ma parte viva dell’identità del festival. Il festival non “si fa a Lago”: il festival è Lago. Le sue strade, le sue luci, i silenzi, le voci degli abitanti. È un luogo che non ospita soltanto, ma partecipa, ed è forse questo che lo rende così speciale e riconoscibile nel panorama internazionale.

Il racconto di Viviana Carlet ci restituisce l’immagine di una donna che ha saputo immaginare il futuro partendo dalle radici, trasformare un’intuizione in un progetto culturale di respiro internazionale e, allo stesso tempo, custodire il senso più profondo della propria comunità.

La sua visione ha contribuito non solo a far nascere un festival diventato punto di riferimento nel panorama cinematografico, ma anche a costruire legami, opportunità e nuove forme di partecipazione attorno al borgo di Lago.

Ringraziamo Viviana per la disponibilità, la passione e la profondità con cui ha condiviso il suo tempo e la sua esperienza.

(Autore: Alessandro Lanza)
(Foto: Eventi Venetando)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata

Related Posts