Giornata dell’orso polare: una storia di colori tra i ghiacci

Il 27 febbraio si celebra la Giornata Internazionale dell’Orso Polare, e c’è un modo migliore per onorarla se non scoprire qualcosa di sorprendente su questi straordinari animali? Perché se pensate di conoscere l’orso polare — grande, bianco, maestoso tra i ghiacci — la realtà è molto più ricca e affascinante di quanto sembri a prima vista.

Cominciamo dall’inizio, ovvero dalla nascita. I cuccioli di orso polare vengono al mondo così piccoli da stare nel palmo di una mano: pesano circa 500 grammi, sono ciechi, privi di denti, e la loro pelle — visibile attraverso un sottile velo di pelo bianco — è di un delicato color rosa. Persino il nasino e i cuscinetti delle zampette sono rosa. Un’immagine tenera e inaspettata per un animale che, da adulto, può superare i 700 chili.

Ma la vera sorpresa arriva qualche mese dopo. Intorno ai 3-4 mesi di vita, proprio quando la mamma e i suoi cuccioli escono per la prima volta dalla tana invernale, accade qualcosa di straordinario: la pelle dei piccoli diventa nera. Completamente nera. Lo si vede chiaramente sul naso, sulle labbra, sui cuscinetti delle zampe. Sotto quel manto di pelo candido che tutti conosciamo, l’orso polare nasconde una pelle scura come la notte.

Perché? La risposta, probabilmente, è scritta nel sole artico. Nessun orso polare albino è mai stato osservato né in natura né in cattività — un dato che non è una semplice curiosità, ma un indizio importante: significa che avere la pelle nera (e gli occhi scuri) è fondamentale per la sopravvivenza della specie. Le due ipotesi più accreditate dalla scienza riguardano entrambe il rapporto con la luce solare. Da un lato, i colori scuri assorbono meglio il calore del sole, un vantaggio enorme per un animale che vive in uno degli ambienti più freddi del pianeta. Dall’altro, la concentrazione di melanina — il pigmento scuro responsabile del colore — offre una protezione superiore contro i raggi ultravioletti. Un meccanismo che accomuna organismi molto diversi tra loro, dagli esseri umani alle balene blu. Nel caso dell’orso polare, poi, questo fattore è amplificato: la luce solare si riflette e si intensifica sulla neve, sul ghiaccio e sull’acqua che circondano l’animale per gran parte dell’anno, rendendo la protezione UV ancora più preziosa.

E il capitolo dei colori non finisce qui. Anche la lingua dei cuccioli è rosa alla nascita, per poi diventare progressivamente maculata di scuro con il passare dei mesi. Negli adulti, la lingua può variare moltissimo: alcuni orsi la hanno ancora con ampie zone rosa, altri la mostrano così striata di nero da sembrare quasi blu, altri ancora completamente nera. Lo stesso vale per il palato e le guance interne, anch’essi di colore scuro. Il perché di questa caratteristica resta in parte un mistero: potrebbe semplicemente essere un tratto geneticamente legato al cambiamento generale della pigmentazione della pelle, senza una funzione ecologica specifica.

Dunque, la prossima volta che vedrete la fotografia di un orso polare — bianchissimo su uno sfondo di ghiaccio e neve — ricordatevi che quella immagine racconta solo una parte della storia. Sotto quel pelo, c’è un animale rosa alla nascita, nero sotto la pelliccia, con una lingua che vira al blu e una pelle che dialoga con il sole artico in modi che la scienza sta ancora cercando di comprendere appieno. L’orso polare non è solo bianco: è una storia di colori, adattamento e meraviglia che vale la pena raccontare.

(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Wikipedia)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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