Ago, filo e Resistenza: a Revine Lago la memoria di Teresa De Luca

Nella foto a sinistra, Teresa De Luca ai tempi della Resistenza. Nell'immagine a destra, foto di un gruppo di partigiani (Teresa De Luca è la seconda da sinistra, inginocchiata)
Nella foto a sinistra, Teresa De Luca ai tempi della Resistenza. Nell’immagine a destra, foto di un gruppo di partigiani (Teresa De Luca è la seconda da sinistra, inginocchiata)

Revine Lago, piccolo paese adagiato tra colline e specchi d’acqua, custodisce una storia che merita di essere ascoltata camminando per le sue vie. È la storia di Teresa De Luca, “la sarta dei partigiani”, che qui ha intrecciato la propria vita con quella della comunità e della Resistenza. Oggi, per chi visita il paese, il suo racconto diventa una chiave per leggere il territorio non solo come paesaggio, ma come memoria viva.

Teresa è nata il 30 giugno 1925 a Formeniga, frazione di Vittorio Veneto, in una famiglia numerosa segnata presto dal lutto: la madre rimane vedova e deve crescere da sola sei figli. Teresa trascorre l’infanzia a Revine, allora paese povero ma operoso, tra la chiesa, l’oratorio di San Francesco di Paola e le case addossate al pendio. Da qui, il visitatore di oggi può iniziare un ideale percorso sulle sue tracce, immaginando quella bambina che correva tra cortili e viuzze, mentre la madre si preoccupava del futuro di tutti.

Da sinistra, Teresa De Luca, il sindaco di Revine Lago Massimo Magagnin e Annia Casagrande, una delle figlie della signora

A dieci anni la sua strada prende una direzione inaspettata: viene mandata a Milano, in quello che lei stessa ricorda come “un viaggio infinito da Conegliano”. Deve aiutare una zia, custode di una palazzina e rimasta ferita da un tram. Nella grande città, Teresa si occupa delle pulizie dello stabile, ma soprattutto entra in contatto con l’arte del cucito: è qui che impara il mestiere di sarta, che diventerà il filo conduttore della sua vita. Per chi arriva oggi da Revine verso Milano in treno, è facile pensare a quella ragazzina che affrontava lo stesso tragitto con una valigia di cartone e molta determinazione.

L’Europa, intanto, precipita nella Seconda guerra mondiale. A Milano i bombardamenti sono sempre più frequenti. Un raid inglese fa esplodere il portone della palazzina accanto a quella in cui abita Teresa e uccide una ragazza: un episodio che la segnerà per sempre. È in questo clima che la madre decide di farla rientrare al paese. Il ritorno avviene l’8 gennaio 1944: la giovane Teresa torna nella casa natale vicino all’oratorio, dove resterà fino alla fine del conflitto. Chi passa oggi in quella zona può guardare verso le colline e immaginare il sollievo e la paura che si mescolavano allora nel cuore della ragazza.

A Revine la storia personale di Teresa si intreccia con quella della Resistenza. La giovane entra in contatto con la Brigata Tollot e diventa staffetta: porta volantini, messaggi, informazioni, in un tempo in cui la libertà di stampa è un sogno lontano. Allo stesso tempo mette a disposizione il proprio talento da sarta: confeziona vestiti caldi per i partigiani che si nascondono in montagna, usando tessuti recuperati con ingegno e coraggio. Il visitatore che percorre oggi i sentieri verso i boschi sopra il paese può immaginare quei pacchi di abiti nascosti negli zaini, pronti a raggiungere i rifugi tra gli alberi.

Dalla sua voce emergono episodi che, ancora oggi, restituiscono l’atmosfera di quegli anni. Dopo l’8 settembre 1943, Teresa racconta di essere partita con un’amica, munite di documenti falsi, per andare a riprendere il fratello minore Gianni, rifugiato sulle montagne del Cuneese. Al ritorno, a Verona, vengono fermati dai tedeschi: le due ragazze, con prontezza, fingono di essere fidanzate dei giovani che le accompagnano e riescono a passare. Un altro fratello, Lino, è in Germania, impiegato per l’organizzazione Todt: riuscirà a tornare, scappando da quella realtà durissima. Oggi, mentre si attraversano in auto o in treno le stesse pianure e città, questi racconti permettono di vedere un paesaggio noto con occhi diversi, consapevoli del rischio e della paura che si nascondevano dietro ogni spostamento.

La casa di Teresa a Revine, durante la guerra, diventa un piccolo crocevia di storie. Nella stanza dove lavora alla macchina da cucire, Teresa forma tre ragazzine, tra i dieci e i dodici anni, insegnando loro il mestiere e, allo stesso tempo, come nascondere in fretta i tessuti rubati ai tedeschi se fossero arrivati per un controllo. Un giorno, alcuni soldati bussano alla porta per farsi stringere i calzoni alla sciatora: Teresa nasconde alla meglio le stoffe compromettenti e svolge il lavoro richiesto. Il giorno dopo un altro soldato torna con la stessa richiesta; lei cuce in silenzio e, quando le chiedono quanto devono pagarla, risponde che non vuole nulla, desiderosa solo che se ne vadano in fretta.

È in questo clima che si consuma uno degli episodi più tesi del suo racconto. Un giorno, mentre i soldati sono ancora in casa, arriva il fratello partigiano dalla montagna. A loro dice di lavorare per la Todt, ma in un momento di distrazione dei militari riesce a nascondere una pistola in un cassetto della credenza e persino a offrire loro una sigaretta, fingendosi tranquillo. Solo dopo la loro uscita Teresa gli rinfaccia il rischio corso, consapevole che un solo gesto scoperto avrebbe potuto avere conseguenze tragiche per tutti.

Il mestiere di sarta la accompagna quotidianamente, ma non la protegge dalle paure del tempo. Un giorno, mentre sta portando a riparare la macchina da cucire – la sua fonte di reddito e di autonomia – sente il rumore inconfondibile dei passi dei soldati tedeschi: quel “pum pum” cadenzato che annunciava rastrellamenti e perquisizioni. Teresa lascia cadere a terra la macchina, la abbandona per mettersi al riparo e corre ad avvisare i compaesani. Solo in seguito riuscirà a recuperarla. Sono immagini che, per chi passeggia oggi tra le strade tranquille del paese, valgono come un invito a immaginare lo stesso scenario con il frastuono degli stivali e delle camionette.

I partigiani, riconoscenti per il suo impegno, la ritraggono in una foto con la mitraglietta in mano, pur se lei non userà mai le armi. Il soprannome che le danno è “Mitraglia”, non per la precisione di tiro ma per la rapidità con cui parla, instancabile nel raccontare e nel tenere i contatti. Oggi quella immagine appartiene alla memoria privata e collettiva, ma chi si ferma a Revine Lago può percepire, nei racconti degli abitanti e nelle iniziative legate alla memoria, quanto quella ragazza abbia contato per la comunità.

Finita la guerra, Teresa torna a Milano. Nel 1947 sposa un uomo originario di Revine e costruisce con lui la propria famiglia. Col tempo la vita la porterà a trasferirsi a Radicondoli, in provincia di Siena, dove tuttora risiede. Ma il legame con il paese d’origine resta fortissimo: in occasione del suo centesimo compleanno, il 30 giugno 2025, Revine Lago le conferisce la cittadinanza onoraria, riconoscendola come “partigiana e testimone di libertà” e ringraziandola per il coraggio e l’impegno civile.

Oggi, chi sceglie di visitare Revine Lago può pensare a questa storia mentre attraversa il centro storico, costeggia l’oratorio o imbocca i sentieri verso i boschi. È un territorio che non offre solo passeggiate tra colline e laghi, ma anche luoghi capaci di raccontare, attraverso vite come quella di Teresa De Luca, la forza silenziosa di una comunità che ha saputo resistere. Un itinerario nella memoria che invita a fermarsi, ascoltare e ricordare, “come se fosse ieri”, proprio come fa ancora Teresa con la sua straordinaria lucidità.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: per gentile concessione di Ivan Bernardi – Arianna Ceschin)
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