Giovani e disagio psichico: Ulss 2 e Comune tracciano la mappa dei servizi

Non è un “game over”, ma un “checkpoint”. È questa la metafora, presa in prestito dal lessico videoludico della Generazione Z, che ha sintetizzato l’approccio lungimirante e attento alle fragilità contemporanee dell’incontro pubblico svoltosi venerdì pomeriggio nella Sala Consiliare del Palazzo dei Trecento.

L’evento, dal titolo “Cambiare, crescere, stare male: i bisogni psicologici dei giovani”, ha visto alternarsi al microfono professionisti sanitari dell’Ulss 2 Marca Trevigiana e rappresentanti del Comune di Treviso, con l’obiettivo di tracciare una mappa dei servizi e abbattere il muro di silenzio che ancora circonda il disagio psichico nella fascia 18-25 anni.

Ad aprire i lavori è stato il moderatore Luca Pinzi: «Vogliamo orientarci al di là dei molteplici significati dello “star male”, capendo come, dove e quando sia possibile chiedere aiuto». Una visione ribadita dal dottor Mauro Sabatini, direttore della Psichiatria del Distretto di Treviso, che ha ricordato come l’incontro sia il primo di un ciclo di tre appuntamenti, nati per favorire una trattazione condivisa dei temi, ringraziando in particolare il CSM di Treviso.

La direttrice del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ulss 2, Carola Tozzini, ha sottolineato la solidità dell’integrazione tra ospedale e territorio: «Il dipartimento ha una capacità di intervento fondamentale, che si integra con i servizi territoriali», evidenziando come la sfida odierna sia la gestione di diagnosi sempre più complesse.

Il sindaco di Treviso, Mario Conte, ha definito la fragilità giovanile «una delle tematiche che più dà apprensione a chi amministra una città». Richiamando la storia del Palazzo dei Trecento, bombardato nel 1944, ha aggiunto: «Se serve, smontiamo la nostra comunità per ricostruirla intorno ai ragazzi. Dobbiamo superare l’idea della struttura rigida ed essere capaci di metterci in gioco».

Nel merito clinico è intervenuta Francesca Bordino, dirigente psicologa del CSM, che ha approfondito la fase dell’emerging adulthood (18-25 anni): «Non significa che al compimento dei diciotto anni il ragazzo si trasformi, ma nel sistema delle cure cambia tutto». Compito degli operatori è distinguere i conflitti fisiologici della crescita dai segnali che richiedono attenzione, come il ritiro sociale o il senso costante di fallimento. Un messaggio di speranza ha chiuso il suo intervento: «Nessuno resta al CSM per sempre. Ci sono porte d’entrata, ma anche porte d’uscita. Non è un game over, è un checkpoint».

Il momento più delicato del percorso terapeutico è stato descritto da Marta Bellè, dirigente psicologa dell’SPDC di Treviso. Il ricovero, «il momento più buio», diventa occasione per «riaccendere la speranza». Il 50% dei giovani ricoverati rientra nell’area dei disturbi di personalità: ragazzi bloccati nel proprio progetto di vita, segnati da rabbia, tristezza e scarsa tolleranza alla frustrazione. In reparto si lavora su routine e ordine mentale; attraverso la scrittura autobiografica si chiede di descrivere un “luogo sicuro” o un desiderio per il futuro.

Il corpo come linguaggio della sofferenza è stato il focus dell’intervento di Jennifer Milan del Centro Disturbi del Comportamento Alimentare: «Spesso il corpo diventa il portavoce quando il dolore non trova parole». Con 469 casi maggiorenni registrati nel 2025, Milan ha evidenziato come perfezionismo e ambienti centrati sulla performance possano scatenare o mantenere il disturbo.

Alberta Xodo, dirigente del consultorio di Oderzo, ha proposto una lettura controcorrente: «L’aumento della domanda è fragilità o competenza? È competenza, perché significa saper chiedere aiuto senza stigma». Il servizio è stato descritto come «un condominio dove i professionisti si incontrano sui pianerottoli e si confrontano costantemente».

Claudio Garda, del Servizio Età Evolutiva, ha parlato della diagnosi in adolescenza come di «una forma in movimento»: occorre accettare una “foto sfocata”, evitando etichette rigide che non restituiscono la traiettoria evolutiva.

Infine, Claudia Passudetti del Ser.D ha affrontato il tema delle dipendenze: «Legale non significa innocuo. L’alcol è la prima causa di morte tra i 15 e i 29 anni e il Veneto registra medie superiori alla nazionale». Allarme anche sul policonsumo e sull’uso di psicofarmaci senza prescrizione: «Il 19% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni ne fa uso. Dobbiamo evitare che una sperimentazione diventi cronicità».

L’incontro si è chiuso con una consapevolezza condivisa: la rete trevigiana esiste ed è pronta ad accogliere il cambiamento, offrendo non solo cure, ma un’alleanza educativa e sanitaria per il benessere delle nuove generazioni.

(Autore: Francesco Bruni)
(Foto: Francesco Bruni)
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