La fauna selvatica spiegata male

Il 3 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Fauna Selvatica. È un’occasione per parlare di conservazione, di biodiversità, di specie minacciate, ma anche, oggi inevitabilmente, un’occasione per chiedersi come quella fauna viene raccontata, e da chi. Perché sì, nel nostro Paese c’è un problema con la divulgazione faunistica, e riguarda quella zona grigia dove l’entusiasmo per gli animali si confonde con la competenza su di essi.

Il fenomeno è semplice da descrivere. Un ragazzo si riprende mentre accarezza un rettile, spiega ai suoi centomila follower che i serpenti “sentono l’energia” di chi li tiene in mano, e il video raccoglie diecimila like. Una ragazza filma un cinghiale al bordo di un bosco e spiega, con la voce incrinata dall’emozione, che “ti guarda negli occhi perché vuole comunicare con te”. Interi profili dedicati a lupi e orsi, e ce ne sono tantissimi, del resto sono specie totemiche, che si prestano bene al mito, alla proiezione, all’iconografia, pubblicano informazioni sul comportamento di questi animali attingendo da documentari degli anni Novanta, ormai scientificamente superati da decenni di ricerca sul campo. Nessuno di loro ha una specifica formazione zoologica, etologica o ecologica. Tutti si definiscono, con la stessa disinvoltura con cui ci si mette un filtro sul viso, divulgatori.

Il problema non è l’entusiasmo, che anzi sarebbe una risorsa preziosa se adeguatamente orientato. Il problema è la struttura del messaggio. Chi non ha basi scientifiche solide tende a costruire la narrazione sugli animali secondo tre schemi ricorrenti, che è utile imparare a riconoscere.

Il primo è l’antropomorfizzazione selvaggia. L’orso non si avvicina al casolare perché è stato condizionato da anni di gestione sbagliata del conflitto uomo-fauna e perché ha imparato ad associare quella struttura con cibo facilmente accessibile: l’orso si avvicina “perché è curioso” oppure “perché si fida”. La biologia del comportamento esiste come disciplina scientifica esattamente per resistere alla tentazione di proiettare stati mentali umani sul comportamento del lupo o di un cinghiale, ed è una disciplina notoriamente difficile, piena di prudenza metodologica e di condizionali. Sui social invece la certezza è d’obbligo, il condizionale non è virale, e quindi l’orso si fida. Punto.

Il secondo schema è la semplificazione distruttiva. La conoscenza naturalistica è sistematica; presuppone tassonomia, ecologia, comportamento, fisiologia, e soprattutto la consapevolezza che ogni affermazione su una specie vale entro certi limiti geografici, stagionali, individuali. Dire che “le volpi sono animali solitari” è una semplificazione così grossa da essere, in molti contesti, semplicemente falsa. Ma la semplificazione è il combustibile dell’economia dell’attenzione, e allora la complessità viene eliminata, non distillata ma proprio buttata via, perché rallenta il ritmo del video e rischia di far passare lo spettatore al contenuto successivo.

Il terzo schema è la sacralizzazione dell’esperienza personale. “Ho passato tre settimane in montagna e ho visto i lupi ogni giorno, quindi vi spiego come funziona il branco.” L’osservazione diretta è preziosa, nessuno lo nega, ma la scienza si chiama tale perché applica metodi rigorosi per distinguere l’osservazione attendibile dall’aneddoto, il pattern dal caso, la correlazione dalla causalità. Tre settimane in montagna non equivalgono a vent’anni di ricerca sul campo con protocolli di monitoraggio. Ma questa convinzione non è venuta spontaneamente, è stata coltivata e formalizzata e ha trovato casa proprio sui social. Basta leggere gli statuti di certe associazioni con dichiarate finalità divulgative per trovarci scritto, esplicitamente, che la scienza è arida, distante, inaccessibile, e che quindi serve qualcuno capace di tradurla in linguaggio umano. Il paradosso è che quel qualcuno è spesso chi la scienza non la conosce. Si arriva così all’assurdo: la complessità viene delegata a chi non la padroneggia, in nome di una accessibilità che in realtà è solo incompetenza presentata con pathos esperienziale.

Particolarmente insidiosa, in questo contesto, è la retorica di chi contrappone la pratica alla teoria come se fossero in opposizione irriducibile, due squadre avversarie in cui la seconda ha necessariamente torto. “Io sto sul campo, voi siete chiusi in laboratorio”: è una frase che circola, nelle sue varianti, con sorprendente frequenza. Ed è una frase che suona ragionevole, persino simpatica, finché non si guarda da vicino cosa succede quando la gestione faunistica concreta, piani di controllo, misure di coesistenza, protocolli di intervento, si trova davanti a un ostacolo invalicabile: tecnici impreparati, decisori confusi, opposizioni pubbliche furiose. In quasi tutti questi casi, a un’analisi onesta, la causa profonda è sempre la stessa: si è tentato di applicare una pratica senza conoscerne l’impianto teorico di partenza. Si vuole “gestire” una specie senza sapere come è strutturata la sua ecologia. Si interviene su un predatore senza conoscere la dinamica della preda. Si progetta una misura di mitigazione del conflitto senza padroneggiare i principi comportamentali che quel conflitto generano. La pratica, in questi casi, non fallisce per cattiva volontà: fallisce perché è stata amputata della teoria che la rendeva intelligibile.

Il punto è esattamente l’opposto di quanto la retorica del “fare” vorrebbe suggerire. Non è la teoria a essere effimera: è la pratica citatoria, quella che si trasmette per imitazione e abitudine senza comprenderne le ragioni, a essere fragile e impermeabile alla correzione. Una pratica fondata sulla teoria sa perché fa quello che fa, e quindi sa anche quando smettere di farlo, quando cambiare strada, quando i dati segnalano che il modello va aggiornato. Una pratica sganciata dalla teoria non ha questi strumenti: può solo ripetere ciò che ha sempre fatto, e attribuire i fallimenti alla sfortuna o alla malafede altrui. Vale, in controluce, il celebre aforisma attribuito a Yogi Berra — il leggendario catcher dei New York Yankees, noto quanto per le sue imprese sportive quanto per i suoi paradossi fulminanti — secondo cui “in teoria, non c’è nessuna differenza fra teoria e pratica. Ma, in pratica, c’è.” La battuta descrive qualcosa di vero: sul campo le cose sono sempre più complicate dei modelli. Ma la morale non è che i modelli siano inutili. È che senza modelli non saresti nemmeno in grado di accorgerti che le cose si sono complicate.

C’è poi una variante particolarmente spettacolare di questo schema, che potremmo chiamare la sindrome di Indiana Jones. Il divulgatore si avventura in “location” suggestive — un bosco, una riva raggiunti dopo chilometri di cammino in luoghi impervi di cui tiene scrupolosamente aggiornato il proprio pubblico — si inginocchia con aria concentrata, legge tracce sul fango con la solennità di chi sta decrittando un papiro egizio, e annuncia in tono grave la presenza di una specie che nel frattempo se ne sta tranquillamente a rovistare nei cassonetti alla periferia di Roma o di Milano. La fauna selvatica italiana, bisogna dirlo, ha sviluppato una straordinaria capacità di adattamento urbano che i suoi divulgatori sembrano non aver ancora metabolizzato.

La cosa davvero interessante è che questo tipo di divulgazione produce danni concreti e misurabili. Non si tratta solo di informazioni imprecise che circolano e basta: si tratta di informazioni imprecise che modellano comportamenti. Chi segue certi profili sviluppa la convinzione che avvicinarsi alla fauna selvatica sia un gesto di connessione spirituale dovuta piuttosto che un’interferenza concessa e potenzialmente letale per l’animale. Chi ha imparato la biologia del lupo dai reel tende ad avere posizioni rigidissime nel dibattito sulla gestione predatori-bestiame, perché è convinto di sapere, e chi è convinto di sapere è il più difficile da raggiungere con argomentazioni complesse. Biologi come ecologi ed etologi lo sanno benissimo; una parte crescente del loro lavoro consiste nel correggere le aspettative di un pubblico formato non dai dati né dalla ricerca sul campo, ma dagli influencer faunistici.

Qui si potrebbe obiettare che almeno questa divulgazione porta le persone ad amare la natura, e che un pubblico che ama la natura sostiene le politiche di conservazione. È un argomento che vale qualcosa, ma meno di quanto sembri. L’amore per la natura costruito sull’antropomorfizzazione e sulla semplificazione è un amore fragile e selettivo: funziona per il lupo fotogenico e l’aquila maestosa, funziona molto meno per il pipistrello, per la vipera, per il cinghiale quando distrugge il giardino, per la nutria che colonizza il canale di irrigazione, per il cervo che continua a causare incidenti stradali mortali. La conservazione reale riguarda ecosistemi interi, conflitti reali, compromessi difficili, e presuppone una comprensione della natura molto meno romantica e molto più precisa di quella che circola sui social. Un pubblico mal informato può addirittura ostacolare le politiche di conservazione più efficaci, e succede più spesso di quanto si possa pensare, perché le trova controintuitive rispetto al quadro mentale costruito guardando i reel.

Questo non significa che fare divulgazione faunistica senza una formazione specifica sia illegittimo, ma rimane comunque impossibile farlo in modo serio e rigoroso senza una solida base scientifica alle spalle. Questo vale ancor di più per quei divulgatori che provengono da discipline scientifiche diverse dalla zoologia; se da un lato è vero che la biologia della conservazione è per sua natura una scienza integrata e interdisciplinare, dall’altro chi ha già una formazione scientifica non dovrebbe sottovalutare quanto sia necessario uno studio approfondito e specifico prima di avventurarsi nella divulgazione faunistica. Avere una formazione accademica in discipline scientifiche non è sufficiente e anzi, paradossalmente, può alimentare una falsa sicurezza che rende ancora più fragili le basi su cui si costruisce la propria comunicazione.

Significa che chi non ha una formazione specifica ha il dovere di fare una cosa sola, che è anche la più semplice del mondo: citare le fonti, confrontarsi con i ricercatori, dire “non lo so” quando non lo sa, e mettere il condizionale quando il condizionale ci vuole. Significa distinguere tra condividere la propria esperienza e tentare di spiegare come funziona il mondo. La prima cosa la può fare chiunque. La seconda richiede competenza reale, e la competenza richiede tempo, e il tempo mal si adatta al ritmo di pubblicazione che gli algoritmi premiano.

Il risultato finale, in assenza di questa consapevolezza, è un ecosistema informativo in cui la persona più seguita su una specie animale è spesso quella che ne sa di meno, ma che ha imparato meglio di tutti a parlarne con la faccia giusta davanti alla fotocamera.

Un’attività che serve a chi la fa, alla sua visibilità e alla sua carriera digitale, non al pubblico che la segue e tantomeno alla fauna selvatica che ne è l’involontario soggetto.

(Autore: Paola Peresin)
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