Tiziana Capovilla racconta la “piccola Nizza” del Grappa: quando l’eredità architettonica diventa identità collettiva

C’è un’immagine, tra le tante mostrate dall’architetto Tiziana Capovilla durante la sua appassionata relazione al Palazzo Reale, capace di riassumere in un unico concetto l’essenza di Crespano: quella di un luogo che non si è mai accontentato della propria dimensione rurale, un paese che ha saputo proiettarsi verso il mondo con la fierezza di una capitale. Celebrare i 250 anni dalla nascita di Giovanni Battista Sartori significa oggi, per la comunità di Pieve del Grappa, riscoprire le radici di un’imponenza che non ha mai perso la capacità di stupire il passante. Non è un caso che i cronisti del passato parlassero di Crespano come di una “piccola Nizza“, un villaggio capace di assumere nei suoi spazi urbani un respiro cittadino in grado di sfidare centri ben più blasonati.

Questa spinta verso la grandezza trova la sua origine nell’umile oro delle greggi. Nel Settecento, Crespano godeva infatti di una posizione apicale nello sviluppo dell’arte laniera, capace di produrre tessuti di una qualità tale da varcare i confini nazionali per raggiungere i mercati della Turchia e dell’Albania.

Tra il fragore di cinquecento telai e il lavoro di quattromila operai, le grandi dinastie imprenditoriali dell’epoca, dai Manfrotto ai Guadagnin, dai Melchiori ai Torresan, avevano creato un asse privilegiato con Venezia, inserendo il Pedemonte trevigiano nei circuiti del mercato globale. Questa ricchezza permise alla comunità di “scendere” dai siti isolati e protetti delle antiche chiese di San Pancrazio San Marco per colonizzare il centro, dove nel 1735 fu posata la prima pietra del Duomo progettato da Giorgio Massari. Fu una sfida monumentale che costrinse il paese a ripensare se stesso: le case, che fino ad allora davano le spalle ai prati, iniziarono a ruotare di novanta gradi, affacciandosi verso quella piazza che stava diventando il nuovo fulcro della vita pubblica.

La morte di Antonio Canova nel 1822 segnò un altro punto di svolta fondamentale, portando il fratellastro Monsignor Sartori a farsi custode e motore della rinascita del borgo.

La figura di quest’ultimo si staglia dietro ogni grande opera dell’Ottocento crespanese.

Si pensi, ad esempio, al noto “Ponte del Diavolo“. Fu Monsignor Sartori, sfruttando il lascito del fratello, a dare l’impulso decisivo per la strada del Molinetto, progettata per portare i viaggiatori ad ammirare il Tempio di Possagno. Il ponte venne progettato dall’ingegnere Angelo Casarotti e inaugurato con fasto nel 1830 alla presenza del viceré Ranieri d’Asburgo. Tuttavia, il destino fu atroce: appena quindici giorni dopo, a causa della scarsa qualità della pietra locale impiegata per risparmiare sui costi, la struttura crollò. Disperato e sopraffatto dal senso di colpa, l’ingegner Casarotti si tolse la vita gettandosi proprio da quelle rovine. Ma la visione di Sartori non si fermò davanti alla tragedia: con un atto di straordinaria fermezza, il Monsignore anticipò i fondi necessari per ricostruirlo, questa volta in solido cotto, regalandoci l’opera che ancora oggi, dopo restauri e consolidamenti, sfida il tempo.

La stessa vocazione filantropica dell’ecclesiastico ebbe modo di esprimersi attraverso la donazione della splendida fontana che un tempo alimentava un complesso sistema di acque, lavatoi e persino ghiacciaie. La piazza diventò così il teatro della vocazione commerciale del paese, simboleggiata dalla colonna sormontata dal fiero Leone di San Marco. Fu una conquista simbolica testimone del rapporto privilegiato con Venezia, ottenuto con tenacia contro le resistenze dei centri vicini, che permise a Crespano di vantare quel mercato settimanale che ancora oggi, ogni domenica, anima le pietre del centro.

Uno degli elementi più affascinanti della configurazione attuale resta la “lama” delle Botteghe Comunali, il capolavoro neoclassico di Giuseppe Segusini. Un edificio lungo cento metri ma profondo appena sei, nato quasi per necessità architettonica per delimitare il lato sud della piazza. Monsignor Sartori lo lasciò in eredità al Comune con un vincolo emblema dell’amore per la propria terra e la sua gente: le botteghe non avrebbero mai dovuto essere vendute, ma solo affittate, affinché il legame tra architettura e collettività rimanesse indissolubile.

Accanto a questa storia, sopravvivono anche piccole curiosità che restituiscono il volto più quotidiano del paese. Si narra, ad esempio, che proprio in uno dei piccoli teatri di Crespano – come quello che un tempo sorgeva all’incrocio del semaforo – il celebre illusionista Silvan avrebbe ricevuto l’ispirazione decisiva per intraprendere la strada della magia. Un aneddoto che aggiunge una nota di colore al racconto di un centro da sempre capace di esprimere, anche nelle forme più semplici, un’inaspettata ambizione “cittadina”.

Oggi, lo sguardo dell’architettura contemporanea invita a non considerare questa storia come un capitolo chiuso, ma come un cantiere ancora aperto. La sfida riguarda il futuro di quel lato sud che il Novecento ha in parte appesantito con interventi non sempre armonici. L’idea è quella di recuperare i sogni incompiuti degli anni Venti, trasformando il blocco delle botteghe in una struttura permeabile, una sorta di “parete filtro” capace di connettere finalmente lo spazio della piazza con il verde dei giardini pubblici. Non più un muro cieco, ma un porticato passante che rievochi l’eleganza delle barchesse venete, dove il commercio, la ristorazione e la socialità possano fluire liberamente.

(Autore: Francesco Bruni)
(Foto e video: Francesco Bruni)
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