C’è un dipinto conservato al Museo del Prado di Madrid che si intitola “Saturno che divora i suoi figli”: nell’oscurità della scena, una creatura mostruosa con gli occhi folli ed allucinati apre le sue fauci e fa a brandelli un uomo, che viene poi divorato.
Il folle che compie un’azione così crudele e macabra è Saturno, che per i greci prendeva il nome di Χρόνος (Krònos – il tempo). Quest’ultimo era un titano che aveva iniziato ad ingoiare tutti i suoi figli per scampare ad un oracolo che gli aveva profetizzato che sarebbe stato spodestato da uno dei suoi figli. In effetti, la profezia si avvererà in ogni caso, nonostante gli sforzi, perché Zeus avrà la meglio su di lui, scampando al triste destino che lo avrebbe atteso, grazie all’aiuto della madre.
Il tempo che divora le cose è una metafora vicina anche al nostro sentire: il tempo infatti è l’unica cosa che abbiamo e che non possiamo tenere, perché ci scivola tra le dita.
Χρόνος (Krònos) rappresenta proprio questo: il tempo dei calendari, delle scadenze, degli anni che passano troppo veloci e che non può essere bloccato o controllato in nessun modo. Ci fagocita talvolta senza che ce ne rendiamo conto.
Eppure i Greci utilizzavano anche un altro vocabolo che rappresentava il tempo, ovvero Καιρός (Kairós), la buona occasione, il momento giusto: questo sì che è il tempo qualitativo, quello che non si misura in minuti ma in significato. Ricorda un po’ quella distensio animi di Agostino, quel tempo interiore che ci permette di riflettere e di cogliere il senso di ogni cosa.
Pensate che i Greci rappresentavano Καιρός come un giovane alato, con capelli lunghi sulla fronte e invece la nuca calva, perché doveva essere afferrato subito, prima che sfuggisse.
L’attimo fuggente…
Ce lo dice anche Orazio: Carpe diem.
Un mito antico che parla con forza al nostro mondo è quello di Odisseo davanti alle Sirene: egli sa che il loro canto è irresistibile e che, se si lasciasse andare, perderebbe tempo, rotta e identità; per questo sceglie consapevolmente di legarsi all’albero della nave, trasformando il pericolo in conoscenza e il tempo della tentazione in occasione di consapevolezza.
Oggi le Sirene sono le urgenze continue, il cellulare che ci spinge a guardare le notifiche costantemente: come Ulisse, siamo chiamati a riconoscere ciò che ci ruba tempo senza darci senso e a creare strategie — pause, silenzi, scelte controcorrente — per non essere divorati da Χρόνος, ma per strappare a Καιρός quegli attimi autentici in cui la vita non passa soltanto, ma accade.
(Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
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