Il 2 settembre 1944 è una data incisa nella memoria di Cison di Valmarino. In piena occupazione tedesca, con i partigiani attivi nei boschi e la guerra ormai alle sue fasi finali, nove uomini disarmati decisero di farsi avanti per fermare una colonna militare e proteggere il loro paese. La vicenda si gioca tutta in poche ore, tra paura e sangue freddo, tra la fragilità di una comunità esposta e la determinazione di chi, pur senza armi, scelse di assumersi una responsabilità enorme.
In quei mesi il nord del Veneto era un territorio attraversato da scontri duri e continui. Da una parte avanzavano gli angloamericani, dall’altra le truppe tedesche si ritiravano lasciando dietro di sé distruzione e rappresaglie. I partigiani colpivano dai boschi, con azioni rapide, spesso pagate dalla popolazione civile. In diversi paesi vicini – Pieve di Soligo, Solighetto, Follina – le ritorsioni avevano già provocato incendi, fucilazioni, famiglie spezzate. Cison di Valmarino viveva in questo clima teso: molti uomini si erano nascosti in montagna o tra gli alberi, alcune famiglie avevano spostato le masserizie nei campi per metterle al riparo, l’ospedale locale, sistemato nel castello, era diventato un punto di riferimento per feriti e sfollati, ma anche un luogo vulnerabile.
Quando da Cison si vide Follina bruciare, fu chiaro che il pericolo era ormai alle porte. Il commissario prefettizio, il signor Paolo Toffolatti, comprese che la colonna tedesca in movimento avrebbe potuto riservare al paese lo stesso destino, bastava un pretesto: una sparatoria, un sospetto, persino un malinteso. Di fronte a questo rischio, decise di tentare quella che sembrava l’unica via possibile per evitare la distruzione: andare incontro ai militari e chiedere un confronto diretto.
Verso le 13.30, davanti alla casa di Zaccaria Salton, un piccolo gruppo di uomini si radunò attorno al commissario. Da lì nacque l’idea di presentarsi ai tedeschi con un segno chiaro di resa e di volontà di dialogo. Dalle suore dell’asilo fu richiesto un lenzuolo bianco, legato a un bastone per improvvisare una bandiera. Con quel semplice drappo, in pieno sole e a piedi, i nove partirono verso la colonna che avanzava. Erano consapevoli di esporsi in prima persona: in gioco non c’era più soltanto la propria sorte, ma quella di tutto il paese.
Quando si trovarono di fronte ai mezzi tedeschi, la bandiera venne gettata nel fossato con un gesto di disprezzo che lasciò capire immediatamente la durezza del confronto. Seguì una lunga trattativa tra il commissario, l’interprete Giacomin dei Foghi – cisonese, che conosceva il tedesco – e il capitano alla guida della colonna. Toffolatti presentò Cison come un paese pacifico, abitato soprattutto da agricoltori, estraneo all’attività partigiana. I nove uomini si offrirono come garanti, dichiarando che avrebbero risposto personalmente di qualsiasi gesto ostile.
Alla fine il capitano accettò l’accordo, ma alle sue condizioni: se fosse stato esploso anche un solo colpo di fucile, gli ostaggi sarebbero stati fucilati all’istante e Cison sarebbe stata data alle fiamme. Da quel momento il destino del paese dipese dall’equilibrio di tutti, inclusi i partigiani che si muovevano sulle alture. Bastava uno sparo, anche involontario, per trasformare il paese in un cumulo di macerie.
La colonna riprese lentamente il cammino verso il centro abitato. Gli ostaggi furono fatti sedere sui parafanghi dei mezzi blindati, con le mitragliatrici puntate, pronti a essere abattuti alla minima provocazione. Le strade si fecero improvvisamente silenziose: le finestre chiuse, le porte socchiuse, gli sguardi nascosti dietro le imposte. L’aria era carica di tensione, ogni rumore sembrava potenzialmente pericoloso.
All’arrivo in piazza la situazione toccò il punto più critico. Un ufficiale tedesco individuò un ragazzo di dodici anni e, all’improvviso, lo prese di mira, quasi volesse dar vita a un’esecuzione esemplare. Fu il medico del paese a intervenire con decisione, riuscendo a sottrarlo alla morte e a disinnescare, almeno in parte, una situazione che rischiava di degenerare. Nel frattempo, poco distante, nei boschi e nelle zone più appartate dietro il castello-ospedale, i partigiani seguivano la scena senza farsi vedere.
In una di quelle aree nascoste, alcuni di loro erano rifugiati sotto una botola, raggiunta da una scala che i soldati non controllarono. Se quella scala fosse stata ispezionata e il rifugio scoperto, la reazione dei tedeschi sarebbe stata immediata e spietata, con conseguenze gravissime per l’intero paese. Il fatto che ciò non avvenne fu, per molti, un vero miracolo: il borgo rimase sospeso per ore sul filo di una possibile strage che non si compì.
Solo verso le 20 del giorno stesso arrivò la liberazione degli ostaggi, che poterono rientrare alle proprie case. Cison di Valmarino era stata risparmiata. Nessun edificio distrutto, nessun eccidio in piazza, nessuna colonna di fumo simile a quella che aveva avvolto Follina. A salvare il paese furono il coraggio di nove uomini disarmati, la capacità di interlocuzione del commissario, il sangue freddo dell’interprete e, non meno importante, la scelta dei partigiani di non aprire il fuoco in un momento tanto delicato.
Chi oggi arriva a Cison di Valmarino incontra un borgo ordinato, incorniciato da boschi e costruzioni in pietra, ma dietro la calma attuale si percepisce la stratificazione della sua storia recente. Le stesse vie lungo cui passano i visitatori furono un tempo teatro di quella lunga giornata di settembre, mentre il castello, già sede dell’ospedale, rimane un riferimento visivo e simbolico che collega il paese alle vicende della guerra.
Camminando per il centro, soffermandosi in piazza o avvicinandosi al castello-ospedale, il visitatore può immaginare le ore di attesa, i conciliaboli sussurrati, la paura di chi guardava da dietro le finestre chiuse. La visita diventa così più densa: non si tratta solo di osservare un contesto paesaggistico gradevole, ma di collocare quel paesaggio dentro una storia collettiva fatta di rischi sfiorati e decisioni difficili.
Prima di programmare una sosta a Cison può essere utile informarsi sulle iniziative locali dedicate alla memoria di quel 2 settembre: commemorazioni, incontri o visite guidate, quando presenti, aiutano a capire meglio il contesto e a dare un volto ai protagonisti di quei fatti. Una volta sul posto, vale la pena prendersi il tempo per esplorare il borgo a passo lento, osservando i dettagli architettonici, i ponti, le case che si affacciano sulla piazza e che, in silenzio, hanno assistito a quella giornata sospesa.
Scegliere un momento tranquillo della giornata permette di cogliere un’atmosfera particolare. Il silenzio che oggi si percepisce tra le vie, nei cortili e lungo i percorsi che salgono verso il castello è diverso da quello del 1944, carico di paura e incertezza, ma conserva un’eco di quelle ore. Diventa un invito alla riflessione sul valore della pace e su quanto essa dipenda, spesso, da scelte individuali compiute nel giro di pochi minuti.
Cison di Valmarino non è soltanto una meta piacevole dal punto di vista paesaggistico. È un luogo che racconta come, anche nei momenti più duri, un piccolo gruppo di persone, forti solo del proprio coraggio e della propria determinazione, possa incidere sul destino di un’intera comunità. Visitare questo borgo significa compiere un doppio viaggio: nella bellezza del territorio e nella profondità di una memoria collettiva che continua a dare senso alle sue strade, alle sue case e al suo paesaggio.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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