Arrivando a Cison di Valmarino si ha subito la sensazione di entrare in un paesaggio speciale, modellato in tempi lunghissimi e poi rifinito dall’uomo con tenacia paziente. Siamo ai piedi delle Prealpi Trevigiane e Bellunesi, in un comune di poco più di 2.500 abitanti che oggi rientra tra i borghi più belli d’Italia e porta la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, nel cuore di quel sistema di colline proclamato Patrimonio dell’Umanità.
Il territorio in cui ci muoviamo è la Valsana – o Sanavalle, o più semplicemente la Vallata – una lunga depressione che da Vittorio Veneto corre fino a Combai di Miane, punteggiata da paesi accomunati da una qualità della vita particolarmente alta. Qui il paesaggio è il risultato di forze antichissime: prima il mare, che in ere lontane occupava questa conca, poi i ghiacciai che hanno scolpito versanti e dorsali, lasciando colline morbide, vallette umide e una serie fittissima di rilievi minori. È in questo scenario, caro agli dei secondo una felice espressione locale, che i toponimi raccontano il legame tra ambiente, storia e lingua.
Cison di Valmarino è abitata sin dalla preistoria e conosce un primo importante sviluppo in età romana, grazie alla vicinanza di vie di comunicazione come la Claudia Augusta Altinate, che collegava l’Adriatico alle regioni d’Oltralpe. Dal Medioevo il borgo diventa residenza di famiglie aristocratiche e fulcro della vita religiosa dell’Alta Marca: una pieve importante, un castello di controllo, un sistema di corti e proprietà che organizzavano la campagna circostante. Il rapporto con la Serenissima è costante, sostenuto sia dai percorsi d’acqua sia dalle strade di terra: Cison era tappa obbligata per soldati, pellegrini e mercanti che scendevano dal Feltrino e dal Bellunese attraverso i valichi di San Boldo (detto anche sant’Ubaldo) e di Praderadego.
Anche il nome del paese, come spesso accade in queste zone, conserva tracce di un passato di boschi e paludi. Fino al 1867 il comune era conosciuto semplicemente come Cison. Una delle ipotesi più accreditate collega il toponimo al latino caesa, “cisa” o “cesa”: siepe, bosco ceduo, area disboscata. Si tratterebbe quindi del ricordo di un taglio nella selva originaria e della successiva bonifica, forse dovuta anche all’opera metodica dei monaci benedettini che, in varie fasi storiche, hanno contribuito a rendere coltivabili intere porzioni di Valsana. Un’interpretazione analoga fa risalire il nome a caesum, “tagliato”, richiamando ancora una volta il gesto antico di aprire uno spazio agli insediamenti umani in mezzo a una vegetazione fitta.
Valmarino, seconda parte del nome attuale, rinvia invece al mondo dell’acqua. Potrebbe derivare da Vallis Mareni, “Valle Mareno”, o dalla forma “de Mareno”, in relazione con altri toponimi della zona come Valmareno, oggi frazione del vicino comune di Follina. A monte di questi termini molti studiosi individuano il sostantivo di origine gallica mara o marra, cioè palude, acquitrino. È un richiamo diretto al mare che, ritirandosi nella notte dei tempi, avrebbe lasciato spazio a terreni coperti per secoli da acque stagnanti e zone umide, poi progressivamente sistemati dall’uomo. Nel nome Valmarino sopravviverebbe quindi la memoria di un paesaggio anfibio, a metà tra acqua e terraferma.
Basta passeggiare tra le contrade cisonesi per accorgersi di quanti altri toponimi raccontino, a loro modo, la storia del luogo. Poco distante dal capoluogo, ai piedi della spettacolare strada dei Cento Giorni che risale verso il passo di San Boldo, si trova Tovena. Anche qui l’origine del nome è oggetto di ipotesi suggestive: c’è chi lo collega al veneto toff, termine che indica un terreno compatto, duro, quasi inattaccabile, e chi guarda invece al trentino tof, fenditura causata dall’erosione dell’acqua nella roccia. Una teoria più fantasiosa, dal sapore popolare, fa derivare Tovena dall’avena, richiamando l’abitudine dei viaggiatori di fermarsi in zona per rifocillare cavalli e asini con il foraggio disponibile sul posto.
Toponimi come Cison, Valmarino e Tovena non sono quindi semplici etichette sulla carta geografica: sono piccoli archivi di memoria che custodiscono l’eco di antiche selve, di mare arretrato, di paludi colmate, di mulattiere e di passaggi obbligati tra montagne e pianura. Chi visita oggi il borgo e le sue frazioni può divertirsi a leggerli come indizi di un racconto più ampio, da approfondire magari lungo i numerosi sentieri che risalgono verso i boschi o seguendo le vecchie vie di collegamento tra un paese e l’altro.
Non è un caso che Cison di Valmarino e il suo paesaggio abbiano colpito anche la sensibilità dei poeti. Il grande Andrea Zanzotto, osservando queste colline e le montagne che le incorniciano, paragonò il panorama a una “cartolina mandata dagli dei”, un’immagine che dice molto del fascino discreto di questa zona. Chi arriva qui con passo lento e sguardo curioso scoprirà che, tra toponimi, scorci e memorie di mare e ghiaccio, la Vallata continua a raccontare la propria storia a chi ha voglia di ascoltarla.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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