Tra campane, filodrammatiche e lotte sociali: Farra, Follina e San Pietro di Feletto cent’anni fa

Chi oggi percorre le colline tra Farra di Soligo, Follina e San Pietro di Feletto vede paesi ordinati, segnati dal vino e dal turismo. Un secolo fa, la vita qui aveva un altro ritmo. A ricordarlo è il lavoro del professor Enrico Dall’Anese, che attraverso una rubrica ospitata dal magazine Eventivenetando ricostruisce come apparivano questi tre centri cent’anni fa, raccogliendo fatti, curiosità e piccoli episodi quotidiani del 1922, anno di passaggio tra il primo dopoguerra e l’ascesa del fascismo.

Farra di Soligo 100 anni fa

A Farra di Soligo il 1922 si apre in modo solenne. Da Vittorio Veneto arriva il corteo del Principe del Piemonte Umberto di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele III ed Elena Petrovic. Le campane suonano per tre quarti d’ora, le case sono imbandierate e pavesate, e in piazza si radunano circa duemila persone: il sindaco Vito Vendramini, l’arciprete, le autorità, le maestre, il segretario comunale e tanti cittadini. Il corteo reale, composto da una ventina di automobili, attraversa il paese offrendo un’immagine di modernità che contrasta con i segni ancora visibili della guerra da poco conclusa.

La quotidianità farrese, nello stesso anno, è fatta di piccoli passi avanti. Il consiglio comunale discute l’estensione delle linee elettriche alle diverse borgate: i rappresentanti di ogni frazione presentano elenchi di lampade mancanti e calcolano i consumi previsti, segno di una vita serale che comincia a dipendere sempre più dalla luce artificiale. Si avviano anche le pratiche per collegare l’ufficio telegrafico del capoluogo con quelli delle frazioni tramite linee fonotelegrafiche: i pali per Soligo esistono già, quelli per Col San Martino vengono forniti dagli stessi abitanti. I commercianti chiedono che la corriera automobilistica non si fermi più a Levada, ma prolunghi la corsa fino a Cornuda, dove lo scalo ferroviario rende più agevole il trasporto delle merci. In autunno, il 4 novembre, riaprono le scuole: si puliscono le aule, si procura la legna per la stufa e si acquista una stufa Franklin, dettaglio che racconta la concretezza delle preoccupazioni di allora.

Dalle note di don Calderer emerge il quadro di un’annata agricola tutto sommato positiva: il raccolto dei bozzoli è abbondante e ben pagato, il frumento soddisfacente, il fieno buono, il granoturco generoso. Non si registrano epidemie tra gli animali, e la siccità resta limitata. Il problema più serio è la fillossera, che continua a colpire le vigne e costringe molti contadini a impiantare barbatelle “antifillosseriche”. Anche il vino, nonostante le difficoltà, offre un raccolto discreto. Sul fronte sociale, il Comune abolisce la cosiddetta “questua del fieno” per i medici, una consuetudine che prevedeva che gli agricoltori offrissero il foraggio per i cavalli in segno di riconoscenza per le tariffe ridotte. In cambio, ai medici comunali viene riconosciuto un aumento di stipendio di 100 lire mensili per coprire i costi del mantenimento del cavallo.

Follina 100 anni fa

Se Farra guarda alla modernizzazione dei servizi, Follina vive il 1922 come un lento ritorno alla normalità. Nel borgo industrioso dove funzionano fornaci per calce e cemento e opifici per la filatura e la tessitura della lana, si cerca di ricucire la vita di tutti i giorni. Riaprono gradualmente le banche, tra cui la Mutua Popolare di Vittorio e l’Unione Bancaria Veneta, così come gli alberghi di Nemesio Gibellini e di Luigia Gasparini. La Società Elettrica di Valdobbiadene ripristina l’illuminazione pubblica, mentre tornano attivi il Caffè di Elisabetta Favero e la produzione di liquori di Giovanni Da Broi. Anche la Filodrammatica follinese risorge e, insieme al circolo giovanile cattolico Santa Maria, il 19 febbraio 1922 porta in scena il dramma in tre atti “Sant’Eustacchio”, segno della voglia di ritrovare momenti di socialità e cultura.

Questo quadro, però, convive con le ferite ancora aperte del conflitto. La “vittoria mutilata”, le case depredate, i patrimoni dispersi, i campi sconvolti e le famiglie spezzate alimentano amarezza e sfiducia. Tra il 1919 e il 1922 l’intera vallata è attraversata da lotte politiche e sociali: socialisti, cattolici e repubblicani organizzano operai, contadini e mezzadri ciascuno secondo le proprie idee. Nel febbraio 1920 una colonna di circa duemila dimostranti costringe alla chiusura i municipi di Cison, Miane e Follina, dà fuoco al cantiere della cooperativa di lavoro di Col San Martino e occupa il Municipio di Farra, togliendo la bandiera. Il giorno seguente gli scioperanti, armati di randelli, tridenti e bastoni ferrati, entrano nel Municipio di Pieve di Soligo: negli scontri due manifestanti restano uccisi.

Le elezioni amministrative del maggio 1921 confermano la crescita del Partito Popolare e del Partito Socialista come forze di massa, con i popolari al 39% e i socialisti al 10%, a scapito delle vecchie forze tradizionali. Nelle strade, intanto, compaiono sui muri le prime scritte inneggianti a Mussolini, ai fascisti e a D’Annunzio, cui rispondono frasi triviali degli avversari politici. I fascisti locali minacciano l’arrivo di squadre da Conegliano e Vittorio Veneto per una “spedizione punitiva”. È un clima teso, fatto di vecchi rancori e provocazioni, che si prolunga per tutto il 1922, fino alla Marcia su Roma del 28 ottobre, conclusa il 30 ottobre con l’incarico a Mussolini di formare il nuovo governo.

San Pietro di Feletto cent’anni fa

A San Pietro di Feletto lo stesso anno assume toni diversi, più legati alla vita culturale e religiosa. Il 1922 si apre nel Feletto con il debutto, dopo la Grande Guerra, della Compagnia Filodrammatica: nel salone del Municipio va in scena, a favore dell’asilo, il dramma “I due pagliacci” seguito dalla farsa “Pipino in viaggio”. La regia è affidata al signor Spagnoli, mentre l’artista Giovanni Molena cura le scenografie, offrendo un saggio della propria creatività. Il 7 marzo, per iniziativa dell’arciprete di Rua, si ricostituisce la Banda musicale di Rua, diretta dal maestro Erminio Ceschin, che si esibisce nella cerimonia in memoria dei soci caduti in guerra.

Il 7 maggio Rua vive una delle sue giornate più animate. Arrivano le nuove campane, fuse dalla Fonderia Colbacchini di Padova. Dalla stazione di Conegliano un lungo corteo sale il “dilettoso colle” di Rua: ai confini del paese attendono le campane la Filarmonica e i bambini delle elementari, che sventolano bandierine multicolori. È una festa in piena regola, carica di significato, se si pensa che solo quattro anni prima le antiche campane erano state fatte precipitare dalla torre, per ordine del comando supremo austriaco, per essere fuse e trasformate in armi. Per sostenere le spese della ricostruzione si organizza una grande pesca di beneficenza con oltre cinquemila premi, tra cui uno inviato da Papa Pio XI. Gli artigiani del paese offrono cesti in vimini, gli artisti mettono a disposizione specchiere decorate; nel pomeriggio ci sono corse sui somari e palo della cuccagna, la sera fuochi artificiali e illuminazioni. Nella stessa occasione si inaugura il restauro decorativo della parrocchiale, affidato alla Società di decoratori di Conegliano diretta da Giuseppe Saccin.

Nelle cronache locali trovano spazio anche i piccoli problemi pratici. La farmacia del paese “rende poco” e il titolare pensa di chiudere, costringendo in caso contrario i residenti a rivolgersi a Conegliano o a Tarzo: il Comune interviene con un contributo per evitare questo disagio. Tra le notizie di vita quotidiana c’è infine la vicenda della piccola Maria Zanin di Santa Maria, morsa da una vipera mentre cammina scalza lungo una strada di campagna, come molti bambini del tempo. La corsa all’ospedale di Conegliano e le cure ricevute le evitano il peggio, chiudendo con un sospiro di sollievo un episodio che racconta la durezza della vita rurale di allora.

Per chi visita oggi Farra di Soligo, Follina e San Pietro di Feletto, queste pagine di memoria offrono una chiave in più per leggere il paesaggio. Dietro le strade asfaltate, le scuole moderne, le feste di paese e le sedi delle associazioni si intravede il mondo di un secolo fa, fatto di campane nuove che sostituiscono quelle perdute, di banche che riaprono, di telegrafi che collegano frazioni e di comunità che, tra conflitti e feste, hanno continuato a costruire il proprio futuro. Sapere com’erano questi paesi cent’anni fa permette di camminare oggi con uno sguardo più consapevole, riconoscendo nelle colline del Prosecco un paesaggio vissuto e trasformato da generazioni di uomini e donne.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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