Sant’Antonio Abate tra campi e colline: riti antichi, chiesette e sagra a Miane e nel Quartier del Piave

Ogni 17 gennaio nelle campagne dell’Alta Marca trevigiana ritorna una delle ricorrenze più radicate nel calendario contadino: la festa di Sant’Antonio Abate, il grande eremita egiziano considerato fondatore del monachesimo cristiano, protettore degli animali domestici, del bestiame, del lavoro dei contadini, del fuoco e delle malattie della pelle. È una giornata che un tempo interrompeva il ritmo dell’inverno, riunendo famiglie e allevatori in un intreccio di fede popolare, leggende e piccoli riti legati alla vita di stalla.

Secondo la tradizione, già alla vigilia, il 16 gennaio, ci si dedicava a una pulizia meticolosa di stalle, pollai, giacigli e gabbie. La sera era considerata speciale: si racconta che, in quella notte, gli animali parlino tra loro, confidandosi maltrattamenti e crudeltà subite dagli uomini. Sono parole “arcane” e difficili da comprendere; per questo la consuetudine vuole che non si resti in stalla ad ascoltarli e che gli animali non vengano disturbati, lasciando loro uno spazio tutto proprio.

Sempre la sera della vigilia, anche il contadino più distante dalle pratiche religiose si concedeva un gesto di devozione. Davanti all’immagine di Sant’Antonio collocata nell’edicola posta sopra l’ingresso della stalla, accendeva un cero, recitava un rosario e alcune giaculatorie specifiche, chiedendo la protezione del santo su tutti gli animali della casa, grandi e piccoli, suini compresi. In alcune zone, ancora oggi, i parroci visitano le aziende agricole e gli allevamenti per impartire la benedizione, prolungando una consuetudine che ha accompagnato per secoli il lavoro dei campi.

La festa porta con sé anche un antico divieto: nel giorno di Sant’Antonio non si uccidono animali. La saggezza popolare avverte che chi, ignorando il precetto, avesse immolato una gallina o un coniglio, poco dopo si sarebbe trovato con gli allevamenti decimati da un’epidemia. È uno dei tanti segni che fanno di Antonio Abate un vero “santo del popolo”, profondamente legato alla vita rurale. È invocato come protettore contro le epidemie che colpiscono uomini e animali, custode del bestiame e difensore dalle fiamme, tanto da essere considerato in molte tradizioni patrono del fuoco. Numerosi riti legati alla sua figura mostrano un forte legame con antiche culture precristiane, in particolare con quella celtica.

Un aspetto molto sentito è la devozione legata al cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio”, il doloroso herpes zoster che interessa cute e terminazioni nervose. A lui, nel corso dei secoli, sono state affidate anche le suppliche per la guarigione dell’erisipela e dell’ergotismo da segale cornuta, una grave intossicazione alimentare che colpì a lungo le campagne europee. Nel mondo contadino, la benedizione del santo era una delle poche difese riconosciute contro queste malattie che segnavano corpi e famiglie.

Nell’Alta Marca trevigiana restano molti segni di questa devozione. Tra i più curiosi c’è il detto «Tu se come el porzel de Sant’Antoni!», che richiama l’antica usanza del “maialino di Sant’Antonio”: un suino allevato dall’intera comunità, libero di girare per il paese e mantenuto con gli avanzi raccolti casa per casa. Comportarsi come “il porzel de Sant’Antoni” significa essere sempre in giro, passare con facilità da un posto all’altro, senza fermarsi mai.

Per nutrire il maiale della comunità, un questuante passava di porta in porta a chiedere cibo: alla fine l’animale veniva messo in palio nella lotteria della sagra di Sant’Antonio. Chi lo vinceva si assicurava carni abbondanti per un periodo, ma una coscia era destinata ai più poveri del paese, che la gustavano in un pasto collettivo. A Falzè di Piave circolava un’espressione scherzosa: «Toni, Toni, quala ela la gamba de Sant’Antoni?», a ricordare proprio questo gesto di condivisione.

Nella stessa Falzè di Piave, frazione di Sernaglia della Battaglia, si trova un edificio religioso di grande valore per la fede popolare. Originariamente attestata nel XVI secolo come filiale della parrocchiale di San Martino con il titolo di Santa Maria dei Bechèri, la chiesetta assunse nel corso del Seicento la titolarità di Sant’Antonio Abate. La sua storia, la sua architettura e le sue opere d’arte sono state raccontate nella collana video “Luoghi del Sacro in terra Unesco”, dedicata ai luoghi di culto delle colline del Conegliano Valdobbiadene.

Anche a Vergoman, piccola località del Comune di Miane, sorge una antica chiesetta dedicata a Sant’Antonio Abate. È conosciuta per la pala cinquecentesca con la Vergine, il Bambino e Sant’Antonio abate, opera del Frigimelica, e per la predella d’altare con le raffigurazioni dei Santi Pietro, Paolo e Antonio, attribuita al pittore Rossi di Belluno, noto come primo maestro di Tiziano. Un patrimonio che racconta quanto la figura del santo sia stata importante anche dal punto di vista artistico e devozionale.

Il legame tra Miane e Sant’Antonio trova un momento forte nella Secolare Sagra de Sant’Antoni, che si svolge fino al 29 gennaio 2023 nel centro polifunzionale comunale di via Cal di Mezzo. Il programma propone numerosi eventi e appuntamenti gastronomici, mettendo in risalto piatti e sapori che appartengono alla tradizione del territorio. È l’occasione per vedere come, ancora oggi, una festa nata nel mondo agricolo continui a unire liturgia, memoria contadina e convivialità, tra benedizioni, incontri e profumi di cucina.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata

Finanziato dall’Unione Europea
Next GenerationEU - PNRR Transizione Ecologica Organismi Culturali e Creativi

Related Posts