Tra San Giorgio e Santa Maria: uno scavo a cielo aperto sulle rive dei laghi

Fra le colline della Vallata, dove i laghi di San Giorgio e Santa Maria disegnano una cintura d’acqua tra Revine Lago e Tarzo, oggi è possibile affacciarsi – letteralmente – su un passato remoto. Qui si sviluppa lo scavo archeologico legato al progetto “Relacus”, che ha trasformato queste sponde in un vero laboratorio a cielo aperto, facilmente raggiungibile anche da chi visita il vicino Parco archeologico didattico del Livelet. È proprio dopo un convegno ospitato al Livelet che il lavoro “di teoria” si è spostato sul campo, lungo le rive, dove palafitte e antichi insediamenti tornano lentamente alla luce.

Il progetto è nato grazie alla collaborazione tra le amministrazioni comunali di Revine Lago e Tarzo, che l’anno precedente avevano avviato un primo intervento con un obiettivo chiaro: cercare tracce e materiali in grado di documentare la presenza di comunità umane in età preistorica attorno ai due laghi. Un percorso che oggi vede anche il sostegno della Regione Veneto e di Banca Prealpi SanBiagio, decisa – come ha ricordato il vicepresidente Flavio Sartor – a sostenere ricerca e cultura locale in maniera ampia e continuativa. Non si tratta di un dettaglio da poco: da circa trent’anni, infatti, su questo sito non venivano condotte indagini sistematiche, nonostante la sua importanza all’interno del territorio Unesco e la prospettiva, in futuro, di una candidatura a patrimonio mondiale.

A guidare il cantiere è l’archeologa Marta Modolo, che qui coordina un’équipe internazionale impegnata a ricostruire la mappa degli antichi villaggi palafitticoli. L’obiettivo è individuare nuove aree di insediamento, in aggiunta a quelle già note: non soltanto lungo le rive, ma anche nei fondali, dove i terreni sommersi potrebbero custodire pali, travi e manufatti in legno conservati dal fango e dall’acqua. Nessuna ipotesi viene esclusa, perché ogni frammento può aggiungere un tassello alla storia dei laghi.

Il progetto coinvolge le università di Padova e Ferrara in collaborazione con l’Iphes, l’Institut Català de Paleoecologia Humana. In condizioni normali, attorno allo scavo lavorano studenti, dottorandi e giovani archeologi selezionati tramite avvisi pubblici diffusi dagli atenei. A causa dell’emergenza sanitaria, nel periodo descritto hanno potuto partecipare solo i ricercatori liberi professionisti, ma la valenza formativa del sito è stata comunque salvaguardata grazie al legame con il Livelet, che organizza visite guidate per i più piccoli e accompagna le famiglie alla scoperta del lavoro sul campo.

Sul piano operativo, lo scavo è di tipo stratigrafico. I ricercatori riconoscono strato dopo strato i diversi terreni fino a raggiungere la torba, un deposito morbido che risale a circa 20 mila anni fa. In mezzo ai fanghi carbonatici e ai limi lacustri, che rappresentano le fasi più antiche del lago, possono emergere piccoli indizi: frammenti di utensili, residui di legno lavorato, resti organici. La terra che li contiene viene raccolta, lavata e setacciata con maglie di diversa finezza, quindi sottoposta ad analisi sedimentologiche e cronologiche in collaborazione con un centro specializzato di Bari e con l’Università di Oxford.

Non ci troviamo di fronte a uno scavo d’emergenza, perché non sono stati rinvenuti resti umani da catalogare con urgenza: questo permette di procedere con tempi più distesi e di ampliare, se necessario, la superficie indagata in base ai risultati. Il coordinamento scientifico è affidato, oltre a Marta Modolo e all’architetto Lorenzo Fattorel – che ha ideato l’iniziativa con lei – a Cristiano Nicosia per le indagini geoarcheologiche, a Ursula Thun Hohenstein per l’Università di Ferrara e a Josep Maria Vergès per l’Universitat Rovira i Virgili di Tarragona.

Per i sindaci di Revine Lago e Tarzo lo scavo rappresenta un vero motivo d’orgoglio: un “pregio per il territorio”, come lo ha definito il primo cittadino di Revine Lago, e un’occasione preziosa per riportare alla luce nuove testimonianze della storia dei laghi. Chi oggi passeggia sulle loro sponde non incontra solo un paesaggio suggestivo, ma un cantiere aperto sulla preistoria locale, dove ogni strato di terra racconta un frammento di vita vissuta migliaia di anni fa.

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