Antica Pieve di San Pietro di Feletto: duemila anni di fede e immagini dipinte

Nella rubrica “Medioevo Veneto”, curata dall’avvocato e appassionato di storia medievale Danilo Riponti, l’attenzione si è soffermata sulle pievi dell’Alta Marca Trevigiana, con un focus particolare su uno dei simboli più rappresentativi del territorio: l’Antica Pieve di San Pietro di Feletto, chiesa che da secoli unisce architettura sacra, vita comunitaria e catechesi per immagini. Grazie ai suoi approfondimenti, Riponti invita a togliere la “polvere dei secoli” e quello strato di superficialità che spesso porta a ignorare le bellezze a pochi chilometri da casa, mentre si inseguono mete lontane senza conoscere ciò che ha permesso alla nostra civiltà di raggiungere traguardi artistici, etici e valoriali di grande rilievo.

Per Riponti, la pieve più significativa del territorio è proprio quella di San Pietro di Feletto. Nel Medioevo rappresentava un tipico esempio di architettura religiosa vissuta dai laici, al centro della vita delle comunità rurali. Era il luogo sacro del rito liturgico domenicale, ma anche uno spazio di aggregazione, dove si ritrovava l’intera società civile dell’epoca, tra relazioni, decisioni condivise e momenti di confronto. In questo si distingueva nettamente dall’abbazia, pensata per la vita monastica dei religiosi, aperta al popolo ma con finalità diverse, più legate alla regola e alla preghiera comunitaria che alle esigenze quotidiane del villaggio.

Camminando oggi tra le sue mura, Riponti ricorda che qui si incontrano “2000 anni di storia”: non a caso la Pieve viene definita “millenaria”, ma le tracce del passato rimandano a un’epoca ancora più antica. Quando il 29 giugno 1873 un violento terremoto fece crollare la navata destra, durante gli scavi per la ricostruzione furono rinvenuti mattoni con il sigillo dell’imperatore Caracalla, chiaro indizio di una radice romana importante, su cui in seguito si è innestata la struttura medievale. È però nel Medioevo che la Pieve “dà il massimo di sé stessa”, incarnando un ideale civile-religioso ben visibile nella pietra e nell’assetto dell’edificio, che Riponti dice di amare «moltissimo» proprio per questa capacità di tenere insieme fede e vita quotidiana.

All’interno, il ciclo di affreschi forma un vero scrigno di tesori. Ogni immagine è fortemente simbolica, con contenuti di alta levatura teologica, sorprendente se si pensa che ci troviamo in una piccola pieve medievale. Riponti sottolinea come in queste pareti siano “incastrati elementi singolari di alto lignaggio teologico”, segno di una riflessione profonda e non banale sulla fede. Oltre all’importanza della Pieve come chiesa battesimale per un territorio vasto, di quasi 50 chilometri quadrati, è proprio lo splendido ciclo del simbolo degli apostoli, il “Credo Apostolico”, a colpire l’attenzione e a rappresentare il cuore del messaggio.

Il Credo viene descritto come la rappresentazione dei dodici pilastri della fede. Il ciclo è aperto e presidiato dalla figura di Sansone, raffigurato con una mascella d’asino in mano: un simbolo della strenua difesa della fede, affidata a un eroe biblico dalla forza imparagonabile. Dal punto di vista artistico, la paternità degli affreschi resta ignota, ma alcuni studiosi attribuiscono il lavoro ad Andrea da Treviso, pittore bellunese attivo a Treviso nel Quattrocento, che avrebbe portato nella Pieve il suo tratto raffinato e la sua capacità narrativa.

In ogni riquadro del ciclo compare un’immagine che illustra un articolo di fede. Al centro si trova il globo del creato, che poggia sulla figura di Dio Padre, a indicare che tutto il mondo è sostenuto dalla presenza divina. Su un lato è raffigurato l’apostolo che ha pronunciato quel dogma, sull’altro il profeta che, nell’Antico Testamento, ne aveva anticipato il contenuto prima della venuta di Cristo. Ne nasce una vera e propria “biblia pauperum”, una Bibbia dei poveri per immagini, pensata per illustrare i dodici precetti della fede agli abitanti del territorio, in gran parte analfabeti, che potevano così imparare guardando le pareti dipinte della loro chiesa.

Riponti definisce la Pieve di San Pietro un “serbatoio artistico straordinario” per spiegare i fondamenti del cristianesimo, incastonato in un paesaggio unico di colline, boschi e vigneti. Non stupisce, quindi, che san Giovanni XXIII, quando era patriarca di Venezia, avesse scelto di trascorrere le vacanze nella villa patriarcale vicina alla chiesa. Qui, racconta la tradizione, amava celebrare la Messa a portone aperto, lasciando entrare lo sguardo sulla natura circostante, che considerava una vera icona del Creatore. È anche grazie a gesti come questi che, ancora oggi, chi visita la Pieve sente di compiere un piccolo viaggio nella storia e nella fede, accompagnato da pietre, affreschi e silenzi che parlano da oltre duemila anni.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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