Tarzo sulla via dei murales: un paese che si racconta tra lago, colline e memoria

Il toponimo di oggi: Tarzo
Il toponimo di oggi: Tarzo

Tarzo si scopre bene percorrendolo con passo lento, lasciandosi guidare da nomi di luoghi e immagini dipinte sui muri. È un comune di circa 4.500 abitanti, disteso tra le sponde dei laghi di Revine, le colline del Prosecco e la piana che degrada verso Conegliano: un territorio vario, dove l’acqua e il bosco hanno sempre avuto un ruolo centrale. Non sorprende che le tracce più antiche della presenza umana risalgano già al Neolitico e all’età del Bronzo, segno di un ambiente ospitale fin dai tempi più remoti.

Anche il nome del paese racconta una storia lunga. Le prime attestazioni toponomastiche compaiono nel pieno Medioevo: “Tarçe” nel 1031, “Tarço” nel 1397, “Tarcio” nel 1476. Dietro queste forme gli studiosi vedono quasi certamente un prediale, cioè un toponimo nato dal nome del proprietario di un fondo agricolo (dal latino praedium): in questo caso probabilmente un certo Tartius, da cui il passaggio al Tarzo attuale. In poche lettere si concentra così un’eredità che viene da lontano, quando i poderi prendevano il nome di chi li possedeva.

La storia di Tarzo, dall’antichità ai giorni nostri, è un susseguirsi di fasi diverse: periodi di prosperità alternati ad anni più difficili, scanditi dal passaggio di domini e istituzioni. Sulle sue comunità hanno lasciato traccia i Longobardi, la signoria caminese, il vescovado di Ceneda, la Serenissima Repubblica di Venezia, poi ancora l’età napoleonica e quella austro-ungarica. Tutto questo mondo è riassunto nell’araldica del blasone civico, dove compaiono la mitria vescovile, la fascia azzurra e l’albero che alludono insieme alle acque, alla selva e a un’identità in dialogo costante con il paesaggio. Su questo sfondo si proiettano anche i drammi del Novecento: le due guerre mondiali e il grande esodo dei veneti verso l’Europa del Nord e i paesi d’oltreoceano, cicatrici che ancora oggi aYiorano nei racconti di famiglia.

Per avvicinarsi a Tarzo con lo sguardo di una guida locale si può seguire un itinerario che, partendo dalle frazioni collinari, scende dolcemente verso il lago. Dopo aver attraversato i piccoli nuclei affacciati sui vigneti e sui boschi, la tappa successiva è la “Va’ dee Femene”, storico luogo di lavoro delle lavandaie: qui l’acqua diventava fatica quotidiana e occasione di incontro, un lavatoio naturale dove si intrecciavano storie, confidenze e gesti ripetuti di generazione in generazione.

Da questo punto il percorso prosegue lungo la via dei murales, un museo a cielo aperto che racconta, con il linguaggio immediato della pittura murale, molti aspetti della vita tarzese di ieri e di oggi. Le opere, realizzate negli ultimi anni sulle facciate delle case, richiamano la leggenda del Mazarol, la bottega del casoin con il suo mondo di piccoli acquisti quotidiani, il ritorno dell’emigrante che rientra al paese dopo un lungo viaggio, la fornace di laterizi, le giornate nei campi e la vita campestre nelle sue occupazioni più semplici. Non è una galleria astratta, ma una sequenza di immagini nate da ricordi concreti, fotografie ingiallite, testimonianze raccolte tra gli abitanti.

Le donne che popolano i cortivi, gli artigiani chini sul lavoro, i contadini ritratti nei murales non appartengono a un mondo del tutto scomparso. Le atmosfere che evocano – il profumo del bucato steso, il rumore degli attrezzi, il passo lento dei carri – sono ancora percepibili, se si ha la pazienza di ascoltare il ritmo dei vicoli e delle dimore tarzesi. Camminando lungo la via dei murales capita spesso di riconoscere in un volto dipinto il rimando a qualcuno che ancora abita lì, o di ritrovare in una scena di lavoro un gesto che sopravvive nelle aziende agricole del territorio.

Tra le tante immagini, il dipinto dedicato alla latteria sociale spicca come un invito concreto a fermarsi e ad assaggiare. È quasi una “locandina” pittorica che suggerisce al visitatore di entrare nelle botteghe e nelle aziende locali per fare scorta di formaggi prodotti in zona. Gustati da soli, oppure accompagnati da un cucchiaino di miele dei colli, diventano il ricordo più gustoso della visita e spesso il pretesto per programmare un nuovo ritorno a Tarzo, magari seguendo ancora una volta la via dei murales, alla ricerca di dettagli che al primo passaggio erano sfuggiti.

Così, tra toponimi medievali, storie di emigrazione, figure di lavandaie e scene di vita rurale dipinte sulle case, Tarzo si rivela come un piccolo laboratorio di memoria all’aperto: un paese che ha scelto di raccontarsi sui muri per non dimenticare il proprio passato e per accompagnare chi arriva alla scoperta del suo presente.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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