Capitelli, murales e piante dei viandanti: camminare tra i borghetti dimenticati di Tarzo

Quando la primavera si apre sulle vallate della core zone Unesco, le colline meno battute di Tarzo cambiano ritmo. Nelle frazioni minori, dove la vite lascia spazio al bosco e ai prati in pendenza, i versanti si riempiono di fiori e piante spontanee dai colori vivaci, ognuna con una storia da raccontare. È il periodo ideale per seguire l’anello che da Arfanta porta a Reseretta e Resera, un’escursione semplice ma sorprendente, capace di svelare piccoli borghetti quasi dimenticati e antichi saperi erboristici tramandati dai nonni.

Il punto di partenza è Arfanta, la località più elevata di Tarzo. Dal centro del paese si scende verso Prapian lungo la strada asfaltata: i primi metri scorrono tra case e panorami aperti sulle colline, poi, abbassandosi di quota, appare l’imbocco del sentiero che introduce in un boschetto fitto, umido di ombra e profumo di terra. È qui che comincia davvero l’escursione ad anello, un percorso di un paio d’ore che si sviluppa attorno alla collina e che, passo dopo passo, porta a conoscere Reseretta e Resera, due piccoli nuclei abitati che conservano l’atmosfera del paese di una volta.

Lungo il sentiero, ai margini, si riconoscono facilmente i fiori viola della lunaria, pianta della famiglia delle brassicacee, o crucifere. In primavera colpisce per l’infiorescenza intensa, ma è il frutto a renderla davvero particolare: una “luna” bianca, sottile e quasi trasparente, che un tempo veniva raccolta e utilizzata come decorazione in casa, dentro vasi di vetro o come centrotavola. Mary, guida naturalistica di NaturalMenteGuide, ricorda come oggi le sue proprietà medicinali siano oggetto di studio in relazione all’Alzheimer, esempio di come una pianta considerata quasi solo ornamentale torni d’attualità anche in ambito scientifico.

Proseguendo, tra aperture improvvise sulla valle, all’orizzonte si staglia la cima innevata del Pian delle Femene. Il sentiero conduce a un piccolo ponte di legno e a un ruscello che attraversa il bosco: è il Rio Paré, che scende verso valle per unirsi al Cervano e, più avanti, al Monticano. L’acqua accompagna i passi con il suo rumore discreto, mentre la traccia si fa più dolce e introduce al borghetto di Reseretta. Qui il riferimento centrale è il capitello della Madonna della Salute, un piccolo punto di devozione che raccoglie attorno a sé case, cortili e orti. Marta, che abita nei dintorni e conosce la zona palmo a palmo, indica i diversi sentieri che da qui si dipartono verso Resera, il centro di Tarzo, i laghi di Revine e le località del vicino territorio cisonese: una piccola rete di collegamenti che un tempo costituiva la trama quotidiana degli spostamenti a piedi.

L’escursione, però, non è solo un viaggio tra borghetti: è anche un’occasione per riascoltare il linguaggio delle erbe spontanee. Sulla strada verso Resera, Paola si ferma accanto a un ciuffo di salvia dei prati. Ricorda come i nonni sapessero riconoscere e utilizzare queste piante primaverili come “integratori” naturali dell’alimentazione, un vero dono della stagione. La salvia dei prati, spiega, non serve solo ad aromatizzare carni e salse: i più creativi la usano nelle insalate o, con un tocco da chef stellato, per impreziosire i cubetti di ghiaccio, aggiungendo colore ai bicchieri. Sono gesti che raccontano un sapere in parte perduto, ma che oggi molti cuochi stanno cercando di recuperare, restituendo alle erbe spontanee il loro valore originario.

Poco oltre, Paola indica la piantaggine, la “pianta dei viandanti”. Le sue foglie, grazie alle proprietà lenitive, venivano usate come una sorta di cerotto naturale sulle vesciche e sulle piccole ferite di chi camminava a lungo. La polmonaria è l’ultima pianta selvaggia che il gruppo si ferma a osservare, ma la varietà lungo il sentiero sarebbe sufficiente a compilare un erbario completo. Le macchie bianche sulle sue foglie, ricorda Paola, avevano suggerito in passato ai medici fautori della “teoria della segnatura” un legame con i polmoni: per analogia di forma si riteneva che la pianta potesse giovare proprio a questo organo. Anche in questo caso, una credenza antica mette radici in una pianta che ancora oggi popola i nostri boschi primaverili.

L’arrivo a Resera introduce in un piccolo quadro di vita rurale. I vicoli si stringono tra case colorate e facciate decorate da murales che raccontano mestieri, personaggi, scene di campagna. La piazzetta centrale è ben curata e ospita l’unico ristorante rimasto in paese, “Da Carlo”, che mantiene viva una tradizione di ospitalità locale. Di fronte, affacciata sullo slargo, sorge la chiesetta di Sant’Andrea, che la tradizione popolare continua a chiamare chiesa di San Rocco. Fino a poco tempo fa era luogo di celebrazioni e preghiere comunitarie molto partecipate, segno di un legame ancora forte tra la frazione e il suo edificio sacro.

Su una parete laterale della chiesa una ceramica raffigura San Rocco con l’iconografia classica del pellegrino: la zucca usata come borraccia, la conchiglia per abbeverarsi alle fontane e un cane al fianco. Mary racconta la leggenda secondo cui, ammalatosi di peste, il santo sarebbe stato nutrito ogni giorno da un cane che gli portava un tozzo di pane rubato alle mense dei ricchi. Da qui, spiega, deriverebbe l’espressione “bon come el can de San Rocco”, ancora viva nel parlato locale. Anche questo dettaglio, incastonato su un muro di Resera, è un frammento di memoria che l’escursione restituisce al visitatore.

Per chiudere l’anello basta tornare a guardare verso Arfanta e seguire con lo sguardo il crinale. A fianco della strada asfaltata si individua il sentiero che risale nel bosco, con un’ampia traccia che zigzaga lungo il pendio. La salita, dolce ma costante, riporta in quota tra castagni e radure fino a sbucare nei pressi della chiesa e del piazzale di Arfanta, dove il giro si conclude esattamente da dove era iniziato. In poco tempo, il cammino ha unito frazioni, prati, ruscelli e saperi antichi, offrendo un ritratto in miniatura del territorio tarzese.

L’anello Arfanta–Reseretta– Resera è un invito a rallentare: un percorso che non punta alla vetta, ma alla riscoperta dei borghetti nascosti e delle erbe spontanee che hanno nutrito e curato generazioni. Un’escursione semplice, alla portata di molti, che restituisce il piacere di camminare leggendo il paesaggio, tra storie di santi, capitelli votivi e piantine che, se osservate da vicino, parlano ancora la lingua dei nonni.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto e video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
(Articolo, video e foto di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata

Finanziato dall’Unione Europea
Next GenerationEU - PNRR Transizione Ecologica Organismi Culturali e Creativi

Related Posts